Tanzania: dieci anni dopo

Era il (lontano?) 1993 quando, per venire incontro al desiderio di p. Giuseppe Schiavo a cui sarebbe piaciuto fare il missionario a Kisanga, in Tanzania, accettai volentieri lo scambio e così ritornai in Costa d'Avorio, dove avevo già trascorso tredici anni di vita missionaria. P. Giuseppe Schiavo era un valente "geometra", conduttore di lavori di costruzioni e, a quell'epoca, vidi che la sua presenza era provvidenziale, essendo p. Cesare molto affaticato, consumato dal lavoro in missione e, soprattutto dalla costruzione della chiesa di Butiama, villaggio del presidente Julius Nyerere.
Ma il Signore ha voluto altrimenti: P. Cesare si spegnerà a Verona l'anno dopo, letteralmente consumato, e p. Giuseppe sarà ucciso qualche anno dopo proprio nella stanza che era stata la mia. Ma erano state gettate le fondamenta, e anche qualcosa di più, di quello che è oggi il complesso scolastico di Msolwa e di tutte le opere di promozione umana e assistenza sociale.
Sarebbe fare un torto alla storia se un giorno si dimenticassero queste figure grandi della vita missionaria stimmatina. Guai perdere la memoria! Anche se passeranno decenni.
La mia "via di Damasco" con p. Cesare avvenne una sera di aprile del 1988 (ero a Verona per un anno di animazione missionaria con p. Marchesini) quando mi chiese di accompagnarlo a Bovolone dove partecipava ad un incontro con il gruppo missionario di quella parrocchia.
Durante il tragitto mi lanciò, alla sua maniera, la proposta di andare in Tanzania con lui e p. Sandro ad Hombolo, per formare una "vera" comunità stimmatina. Fino ad allora, infatti, i padri Cesare e Sandro erano ad Hombolo come in prestito a quella diocesi; i nostri superiori erano propensi a ritirare i due padri se non si fosse formata una comunità.
Così mi disse p. Cesare Orler.
Accettai e in luglio, accodandomi ad un gruppo di laici, guidato da p. Giuseppe Furlani, anche lui nella pace del Signore, arrivai alla missione di Hombolo che di lì a poco il vescovo di Dodoma avrebbe affidato ai suoi preti diocesani.
P. Cesare e p. Sandro allora andarono a Morogoro dal vescovo mons. Adriano Mkoba per offrire la nostra presenza nella sua diocesi. Fu grande la gioia di quel presule che a braccia aperte ci propose due luoghi: uno non lontano da Morogoro e l'altro a Kisanga a 44 km da Mikumi, capoluogo dell'omonimo parco, sulla strada che porta in Zambia. Mi sono rimaste impresse le motivazioni dei due padri per la scelta di Kisanga. Per p. Cesare era una zona molto fertile, adatta all'agricoltura; per p. Sandro era un luogo solitario, bello per la meditazione.
Naturalmente dovetti ritornare in Italia, ai primi di dicembre di quello stesso anno. Per la cronaca, feci un mese a Londra e poi, ai primi di febbraio tornai in Tanzania con un "residence permit", con datore di lavoro il vescovo di Morogoro. Iniziammo subito il trasloco. Roba d'altri tempi, direi proprio da pionieri. Ma ci animava un fervore immenso di ricominciare. P. Cesare era il più entusiasta.
Lasciava Hombolo, una sua creatura, ma Cesare non era uomo da nostalgie o recriminazioni.
Guardava sempre avanti, verso nuovi orizzonti.
Ero l'ultimo arrivato, eppure mi diedero subito piena e totale fiducia, dandomi responsabilità comunitarie importanti: superiore, parroco ed economo.
Ho vissuto con intensità ed entusiasmo gli inizi di questa missione ed è per questo che mi è rimasta nel cuore. Fino ad oggi ho passato 23 anni in Costa d'Avorio, in cui ritorno volentieri, e solo cinque in Tanzania. Se mi chiedessero di ritornarci, penso che non sarebbe per me un grosso sacrificio.
Ho trascorso a Roma un anno "sabbatico"; ne ho approfittato per chiedere, ed ottenere, di fare una visita alla mia vecchia missione: dieci anni dopo.
La collina di Msolwa aveva cambiato volto: Kisanga s'è arricchita di un asilo e di una scuola elementare in lingua inglese, un bell'edificio che porta il nome "Amani", Pace. Mswero, la zona che, quasi porta il mio nome (Suero), rinata: chiesa, scuola, asilo, un ponte ecc. Comunità cristiane con nomi di villaggi sconosciuti dieci anni fa; un piccolo ospedale a Msange e… asili ovunque. E diventata importante la valle dello Yovi!
Mi aspettavano non solo i padri, le suore, ma anche tutti i miei ex parrocchiani. E' stato veramente bello e per me commovente. Mi sono sentito "chez moi", direbbero in Costa d'Avorio, a casa mia; come non fossero passati dieci anni, ma fossi tornato dal periodo di congedo in Italia. E poi, il Kiswahili, veniva fuori a meraviglia, o quasi. La chiesa di Kisanga era tutta colma di cristiani e non la domenica per darmi il benvenuto. Qualche giorno dopo p. Giuliano mi chiese di andare da un vecchio che abitava verso Dolonge per dargli l'Unzione dei malati; aveva 90 anni ed era coricato su di una stuoia nel cortile della sua casa. Arrivo, saluto, mi presentano al vecchio. Apre gli occhi, mi guarda e, con un sorriso, esclama: Padre Assuero! Avevo un nodo alla gola. Potei solo rispondere: Mimi mwenyewe, proprio io. Nessuno sapeva che venivo da lui. Un altro giorno, un donna musulmana venne alla missione con due bambine di 11 anni, gemelle. "Si ricorda di me, padre?" Beh, non molto. E lei: "Queste sono le due bambine che lei ha fatto sopravvivere dando del latte in polvere per sette mesi; guardi quanto sono belle ora". Ogni volta che andava a visitare una famiglia nella sua corte, quasi sempre veniva altra gente per ricordarmi i servizi resi, la carità fatta.
"Si ricorda padre…?" A dire il vero non ricordavo molto, e penso sia giusto. Ma loro non avevano dimenticato. Un uomo volle darmi una gallina (in quel mese passato a Msolwa, a dire il vero, ne ho portato più di una alla nostra brava Stella), perché avevo portato il suo figlio di qualche anno a Mikumi perché gravemente ammalato. Purtroppo, mi ricordo, morì prima di arrivare all'ospedale. "E lei, padre, non volle nemmeno dieci scellini, anzi contribuì per il funerale". Ah, sì, mi pare di ricordare. Ho vissuto insieme a p. Giuliano, p. Daniele e br. Lino, un fratello sud africano che porta questo nome in onore di p. Lino Inama. Brava gente. Ho ammirato p. Fabiano e, anche se appena visto, p. Marko, che fanno un gran lavoro a Morogoro per il futuro della nostra congregazione in Africa australe. Un grazie di cuore a tutti loro per la qualità dell'ospitalità e per avermi fatto sentire come a casa mia.
Vorrei dire una cosa: non è sempre vero che la minestra riscaldata non sia buona; anzi, forse diventa ancora più buona. Anche perché, forse, non si è mai raffreddata.

P. Assuero Mascanzoni