Sono passati più di vent'anni dalla morte di Raoul Follereau, uno che
ha lottato tutta la vita contro la lebbra, una malattia seria ma vincibile:
basterebbe poco per riuscirci.
E invece...
"Nessuno
ha il diritto di essere felice da solo".
Nato il 17 agosto del 1903 a Nevers, in Francia, da una famiglia di industriali,
a questa convinzione morale Raoul Follereau dedicò tutta la vita, che
si spense il 6 dicembre del 1977 a Parigi.
Insieme a figure come madre Teresa, Albert Schweitzer e l'Abbé Pierre,
Follereau appartiene a quella schiera di giganti della carità che hanno
avuto il coraggio di attraversare con il Vangelo in mano il secolo XX fatto
di guerre mondiali e stermini etnici, regimi totalitari e smarrimenti di valori.
Quelli che "mangiano tre volte al giorno - scriveva Follereau - s'immaginano
che il resto del mondo faccia altrettanto". Follereau si prodigava per
quel resto del mondo che invece non mangiava (e continua a non mangiare), e
al tempo stesso fustigava l'ipocrisia, la vigliaccheria, la colpevole cecità
dei ricchi e dei potenti. Sensibile alle sofferenze degli emarginati, divenne
un infaticabile organizzatore di iniziative, come quella dell'"Ora dei
poveri", lanciata in Francia nel 1942, in piena seconda guerra mondiale.
L'Ora - spiegava Follereau - "domanda a ciascuno di devolvere almeno un'ora
all'anno del suo stipendio, reddito o beneficio, a sollievo degli infelici.
Donare un'ora all'anno, o più, ai poveri e innanzitutto dedicare loro
questo momento della nostra vita, pensare a loro, consacrare loro il nostro
lavoro.
È un'opera d'amore".
Sposato a Madeleine Boudou, compagna inseparabile della sua vita e dei suoi
ideali di pace e di solidarietà universale, Raoul Follereau a quel tempo
aveva già dato un orientamento preciso alla sua vita.
Nel 1935 visitò come inviato speciale del giornale "La Nacion"
il villaggio dei lebbrosi di Adzopé, in Costa d'Avorio.
Quell'esperienza
cambiò la sua vita. Da allora cominciò quella battaglia contro
la lebbra, e contro tutte le lebbre, che lo rese famoso (ma anche scomodo) in
tutto il mondo.
Con quella indipendenza di giudizio e di comportamento che caratterizzò
la sua vita, Follereau strappò al suo millenario anonimato "la più
sofferente minoranza oppressa del mondo": quindici milioni di maledetti
della terra, circondati dalla paura dei sani e lasciati soli a marcire senza
diritti e senza cure. Fece l'equivalente di trentadue volte il giro del mondo
per difendere i loro diritti e per far capire all'opinione pubblica internazionale
che la lebbra è una malattia, e che da questa malattia si può
guarire. Nel 1954 il "vagabondo della carità" fondò
la "Giornata mondiale dei malati di lebbra".
In pieno clima di guerra fredda, propose ai presidenti degli Stati Uniti e dell'Unione
Sovietica di rinunciare a un solo bombardiere ciascuno: con l'equivalente in
denaro sarebbe stato in grado di far sparire per sempre la lebbra dalla storia
del mondo.
In quello stesso anno Follereau pubblicò uno dei suoi libri più
belli e più celebri: Se Cristo domani...
"L'angelo dei lebbrosi" parlò duramente contro l'idolatria
del denaro e del potere, ma soprattutto contro la guerra. Nel 1949 pubblicò
Bomba atomica o carità, un best seller internazionale. A un mondo stravolto
dalla corsa agli armamenti e dalla cupa prospettiva della guerra nucleare, Follereau
ricordava che non c'è altra scelta: dobbiamo amarci o rassegnarci a sparire.
"La sola verità è amarsi", diceva, e così intitolò
un altro suo stupendo libro, edito nel 1966. In Trenta volte il giro del mondo
(1961) Follereau pregava così: "Signore, ecco i veri lebbrosi: gli
egoisti, gli empi, coloro che vivono nell'acqua stagnante, i comodi, i paurosi,
coloro che sciupano la propria vita. Signore, ecco i veri lebbrosi: coloro che
ti hanno crocifisso.
Follereau, "l'apostolo degli ultimi" che proponeva al mondo dei più
fortunati lo "sciopero dell'egoismo", divenne una coscienza critica
per organismi e governi, un testimone credibile per i credenti di tutte le religioni,
ma soprattutto un punto di riferimento per i giovani di tutto il mondo ai quali
inviava ogni anno un messaggio.
"L'anno duemila: che cosa vuol dire? - scrisse nel messaggio del 1970 -
Duemila di che cosa?
Di una Parola che sembra nata con il mondo, tanto è sembrato che senza
di essa non è che nullità e marciume. Di una Parola incarnata
da un Povero semplice e solo.
Nell'ultimo giorno: abbandonato.
E che morì perché volle amare tutti gli uomini". Fu proprio
"tutta la gioventù del mondo" che Raoul Follereau proclamò
sua "erede universale".
Ricordando che "c'è un solo cielo per tutto il mondo", Follereau
lasciò questa consegna: "Essere veramente fratelli".
I libri di Raoul Follereau sono ottenibili anche oggi nelle librerie cattoliche
per le edizioni EMI oppure Elle di ci.
Gianni Maritati e Fabrizio Condò
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"L'unica verità è amarsi".
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