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Ho
una penna molto fresca da far scorrere su questo foglio elettronico che sarà
presto plastificato. Cerco di concedermi, impassibile, degli spazi di raziocinio
che mi permettano di mettere a fuoco, indenne, la battaglia sconclusionata del
turbinio inconsulto di suggestioni da riportare eppure
Non ci riesco per niente.
Allora mi ridimensiono: e tutto sembra prendere la piega giusta, per me.
Sono stato tre mesi in Africa, Costa d'Avorio per lavorare al progetto ABCS
del Foyer d'Ayamé per giovani studenti ivoriani, il futuro palpabile
di un paese che spera e caldeggia di poter chiedere almeno il permesso di avere
la pace che gli manca dallo scorso 19 settembre. Una parentesi di vita. Vera,
difficile, calda, viva, destrutturante, intensa, edificante, incalzante, africana,
stancante, fluida, emozionante. Vita.
Quello che si dice essere il cesto che porto sulla testa (tipica posa afrofemminile),
di ritorno, pesa veramente tanto. Ridimensiona il mio essere, la mia vita, i
miei principi, i valori
Quello che prima ti sembrava già giusto
fare, apre, ora, la strada a un'ulteriore evoluzione di valutare e pensare,
in un'ottica nuova di voglia (umanitaria, politica, cristiana, "estremista")
di giustizia e di solidarietà, di conoscenza e di scambio. Perché
se c'è una globalizzazione che ci piace è solo quella dei diritti,
della conoscenza e della pace.
In fin dei conti, l'Italia se la passa così bene che è giusto
ed equo che si conceda a progetti del genere, che cercano di costruire un futuro
"nero" per il continente nero e non semplicemente di fare dello stolido
assistenzialismo (che, a dirla tutta, costruisce poco, troppo poco
). La
mia penna molto fresca si contrae al ricordo dell'esperienza e mi rimanda, a
ritroso, al percorso intrapreso per arrivare ad un passo così importante
per me. Proprio grazie all'ABCS, ho avuto la possibilità precedente di
intessere un filo: Sud Africa, Costa d'Avorio, Georgia. L'ago, che ne è
il capo, ha inciso, poi, nuovamente la tela ivoriana, quasi per gioco. Ha deciso
che tre mesi in quel tessuto potessero, per il momento, bastare; e così
è stato. Ho sudato insieme agli ivoriani e agli italiani, gomito a gomito,
passando dagli errori ai successi, dalle vittorie alle difficoltà, insieme.
(Mamma mia quanta vita). Quindi sono ritornato, pieno.
Alla prima domanda che mi hanno fatto in tanti ho sempre risposto che certo,
qualcosa si può e si deve fare per cercare questo famosissimo altro mondo
possibile: operazione numero uno - sensibilizzare, parlare, tessere, diffondere,
infine, una cultura interetnica, che si interessi in fondo all' "altro",
che lo voglia conoscere, che lo voglia avvicinare: e che poi si faccia carico
di utilizzare ogni mezzo possibile messo a disposizione dal nostro convivere
(democratico e civile) per cercare di cambiare qualcosa, goccia dopo goccia.
Ed allora votare, acquistare, commerciare in maniera equa e solidale, socializzare,
creare ponti di conoscenza: diventano tutte possibilità reali e rosse
di passione.
Poi penso, soprattutto ai giovani, magari ventitreenni come me. Il bianco futuro
di un paese bianco (ma neanche troppo
a ben vedere
) che ha una grande
tradizione calda di sensibilità, di volontariato e storia multinazionale;
multietnica; multi.
Pensando a me e a come tutto è nato per caso, mi domando se a qualcuno
salti in mente una sottile voglia serpeggiante di partire. Di fare l'esperienza
di scoprire, di conoscere, di buttare l'occhio, magari recuperandolo, ancora
tondo e servibile, in una bidonville in Tanzania (qualcuno ci va quest'estate
),
in un Foyer ivoriano o su una montagna caucasica. Chissà.
Se penso a me, indietro, sorrido.
Se penso a me, davanti, sono forse un po' più sereno.
Mirco Marotta