Campane da morto
nella Locride

Alle ore 8.07 di Lunedì 15 dicembre, a Locri, le campane della cattedrale hanno suonato a morto. Lente, pesanti, tristi.
Non annunciavano la morte di un giovane, ma la morte di una terra.
Perché proprio quel giorno, in coincidenza con l’entrata in vigore del nuovo orario invernale, dopo quasi trent’anni, è stato tolto l’unico treno che collegava Reggio con Bari e viceversa (chiamato Pitagora).
La responsabilità è da attribuire all’attuale miope direzione di Trenitalia. La morte di una terra è segnata anche da queste decisioni. Irresponsabili!
Perché da sempre i trasporti sono il simbolo della vitalità di un popolo: rapidi, efficaci, liberi, manifestano l’efficienza e lo sviluppo di una regione. Ben lo sapeva chi alla fine dell’ottocento ha voluto con tenacia la linea ferroviaria anche sulla costa jonica. Una presenza che ha cambiato poi la geografia della nostra Regione, sviluppando (spesso in modo caotico, purtroppo!) i paesi della marina. Ma una volta tolti i trasporti, la morte di una terra di diffonde progressivamente. Senza trasporti facili e comodi, rapidi e sicuri, diminuisce il commercio, si affievoliscono gli scambi culturali, non giunge a noi il turismo che resta di certo la risorsa più importante, insieme all’agricoltura.
Vi faccio un esempio preciso.
Prima si partiva da Locri alle ore 8.07 e si giungeva a Bari alle ore 14,33. Era un treno comodo, pulito, silenzioso. Si saliva a Locri e si scendeva a Bari. Ora, invece (poiché in Calabria ci fanno andare indietro e non avanti!), si partirà da Locri alle 8,14, per scendere a Catanzaro Lido alle 9,20. Qui si deve attendere ben 47 minuti di vuoto, per riprendere il treno fino a Sibari, dove si giunge alle 12,37, per ripartire quasi subito per Taranto, arrivando alle 15,10. Ulteriore attese di 15 minuti per giungere finalmente a Bari alle ore 16,51, cioè dopo ben 8 ore e 37 minuti, per percorrere solo 493 chilometri.
Se ho insistito sull’orario, è solo a titolo esemplificativo, per esprimere tutta la nostra indignazione di fronte a decisioni così sciocche.
Questa è la famosa “velocizzazione dei trasporti”, attuata da Treniitalia.
Ecco perché, ha suonato la campana a morto.
La tristezza di fronte a decisioni simili, nella fatica dell’isolamento crescente l’abbiamo già sperimentato da circa due anni, quando è stato tolto l’unico treno I.C. che collegava di giorno Roma, Lamezia, Catanzaro Lido, Roccella, Reggio (il treno Velia!). Un ottimo treno, specie estivo, per i tanti turisti, amici che ci venivano a trovare. Partiva al mattino da Roma alle ore 9.40 ed era a Locri alle 17,15. Quanta gente, specie ragazze e giovani, lo hanno preso, per venire a trascorrere le ferie tra di noi, turisti attesi e bene accolti!
Un buon treno, è da solo un invito al turista. Ora, tolto, tutto si fa complicato. Devi scendere a Lamezia e percorrere, in tre ore, poco più di cento chilometri, con un trenino angusto, disagevole, lentissimo! Questo è, amici carissimi, il progresso che stiamo subendo in Calabria. Per questo vi scrivo, certo di condividere con voi la nostra indignazione. Purtroppo però molto dipende da noi. Alla soppressione di quel treno non ci fu alcuna reazione! Nessuna protesta, nessuna mobilitazione. E quel silenzio fu per i dirigenti, sempre attenti ai loro esclusivi interessi, quasi la certezza che nella Locride si può fare quel che si vuole, già tanto la gente non si muoverà mai.
Altro che a Scanzano! Eppure è sempre Sud, è sempre terra di poveri, è sempre gente vera ed umile come noi!?!
Ecco perché quel suono, se non ci sarà la doverosa e legittima reazione della gente, significherà la progressiva decadenza di mille altri pezzi di società civile: la ASL, alcune scuole, certi aspetti del Tribunale...Lentamente, la Locride è resa più impoverita (non più povera, perché Dio l’ha fatta bella e luminosa, ma la gestione socio-politica la sta rendendo impoverita, anche per il colpevole silenzio e passività di tutti noi).
Per questo, quella mattina, tantissima gente si è radunata in piazza stazione, a Locri, per pregare e per piangere, accompagnati anche da un cielo che stendeva sui binari una pioggerellina tenue e malinconica. Certo a pregare e a piangere. Con la mia presenza di Vescovo. Tra la mia gente, fatto voce di tante ingiustizie subite dai poveri di questa terra. Parlo anche per interesse personale, come viaggiatore. Quell’interesse però che si incrocia con gli interessi della povera gente, di chi non prende l’aereo con facilità, se non nel giorno dell’estrema necessità. Perché anche l’aereo è lontano dalla Locride, specie ora, con un’autosrada rattoppata e ferita, con troppi cantieri aperti e pochi uomini che vi lavorano. Il treno è un po’ come la mia seconda casa. Lo prendo spesso, l’ho preso fin da ragazzino, spostandomi con facilità dalle valli trentine fino a Verona, ragazzino di prima media, da solo, perché il treno è intelligente, comodo, sicuro, portatore di sviluppo.
Ora, notate quale ironia e crudele finezza abbia utilizzato Trenitalia. Su un altro treno, il buon treno Locri-Roma, che parte da Locri alle ore 20,55 ed arriva in capitale alle 6.45, è stata soppressa la carrozza cuccette!
Era sempre piena, di gente comune (studenti universitari, professionisti ed insegnanti, lavoratori, e...qualche vescovo affaticato...).
L’acuta Direzione di Trenitalia ha tolto sì, le cuccette, ma ha messo (udite, udite!!!) il vagone-letto. Certo, è un pensiero delicato, gentile, pensato proprio per chi è stanco! Solo che il vagone letto costa quattro volte di più della cuccetta (circa 40 euro).
Ecco, perché anch’io sono stato tra la mia gente arrabbiata. Per piangere e pregare, all’ascolto di questa campana da morto, per una terra sempre più dimenticata, non calcolata, oscura.
Vorrei che questo suono triste di campana entrasse nei palazzi dove si gioca la politica e le scelte del nostro paese, che passano anche attraverso le ferrovie.
Il nocciolo, infatti, non è solo quello di difendere un treno, ma di cogliere il problema soprattutto nel suo aspetto etico. Oggi, in Italia, si calcola tutto sul numero. Si chiudono gli uffici postali nei paeselli di montagna. Si annulla un treno comodo, nella fascia jonica. Il criterio è lo stesso: tu non vali in quanto persona, ma vali solo se sei ricco, bello, forte, efficiente! Sempre più, in troppi campi, predomina la ricerca dell’efficienza non dell’efficacia. Un liberismo spregiudicato che uccide ed impoverisce. Questa è la triste logica di Trenitalia. La logica che schiaccia i piccoli e i poveri, che dimentica i vecchietti e rinchiude gli handicappati. Perché, per me che credo nel vangelo, l’uomo non vale per quello che fa o produce, ma per quello che è!
Ecco, perché vi scrivo, amici carissimi del Missionario, per condividere con voi la nostra indignazione, all’inizio del nuovo anno, in questo mese dedicato alla PACE, perché ovunque l’uomo sia messo al centro, sempre!