GEORGIA

La “Rivoluzione delle rose”
nella “serra russo-americana”

E’ stata chiamata “Rivoluzione delle rose” quella che il 23 Novembre scorso ha costretto alle dimissioni il presidente Shevardnadze, già ministro degli esteri dell’Unione Sovietica ai tempi di Gorbaciov, e presidente della Georgia sin dal 1992, un anno dopo aver ottenuto l’indipendenza dall’URSS.
Secondo le opposizioni e numerosi osservatori internazionali, la sua riconferma a Presidente era stata viziata da pesanti brogli avvenuti durante le elezioni del 2 Novembre 2003.
Proprio questa sembra la goccia che ha fatto traboccare il vaso della pazienza della popolazione georgiana, oramai abituata alla più abbietta e palese corruzione della classe dirigente, che il Presidente non aveva saputo (o forse voluto) contrastare.
Il termine “Rivoluzione delle rose” sta ad indicare il modo pacifico e privo di spargimento di sangue in cui è avvenuto il tutto, come testimonia Mons. Pasotto, Amministratore apostolico del Caucaso <<…una rivoluzione di un popolo che è riuscito a cambiare una situazione politica, a far dimettere un governo, … attraverso la presenza continua in piazza caratterizzata dalla festa e …le rose portate in questi giorni ai soldati e alzate in alto appena la gente è entrata in parlamento … ...ha fatto accadere ciò che qualcuno invece nel mondo, pensa possa avvenire solo attraverso “altri mezzi più efficaci”>>

Sono in molti però a sospettare che, se non ci fosse stato l’assenso della Russia, in accordo con gli Stati Uniti, le opposizioni non si sarebbero mosse in modo così compatto e determinato, e l’esercito non sarebbe rimasto a guardare. Lo stesso Mons. Pasotto, commentando l’intervento del Ministro degli Esteri russo Ivanov, in un intervista a Radio Vaticana ammette “Quello che si sentiva era che lui era venuto con un accordo già fatto con gli Stati Uniti”.

La Russia, infatti, aveva inviato il proprio Ministro degli Esteri all’indomani dell’irruzione in Parlamento da parte dell’opposizione. Lo scopo dichiarato era di aiutare la Georgia a trovare una soluzione pacifica alla crisi. In realtà Ivanov ha semplicemente fatto capire all’ex compagno di partito Shevardnadze, che la cosa migliore per lui sarebbe stata farsi da parte.

Del resto è noto che la Russia non gradisce la politica di Shevardnadze. Egli, di fatto, all’indomani dell’indipendenza politica, aveva cercato di rendere la Georgia indipendente, anche economicamente e militarmente. In particolare aveva stretto accordi di protezione militare con la NATO e concordato con l’Azerbaigian il passaggio di un oleodotto che, attraverso la Georgia, portasse il petrolio dal Mar Caspio alle rive del Mar Nero. Quest’ultima mossa irritò la Russia, che sperava di far passare i gasdotti e gli oleodotti attraverso il suo stato, per garantire per sé i guadagni relativi.
La Georgia occupa, infatti, un’importante posizione strategica, disposta com’è orizzontalmente su tutta la catena del Caucaso. Perciò è oggetto di attenzioni da parte sia di Mosca, sia di Washington.
Secondo G. Bensi, corrispondente de l’Avvenire, la Russia mira a ristabilire la sua influenza sulla Georgia ed è arrivata a minacciarla di intervento militare accusandola di offrire santuari a gruppi di guerriglieri ceceni. Dal 1992 gli Usa hanno concesso alla Georgia circa un miliardo di dollari, puntando molto su Shevardnadze come garante della stabilità del paese, per farvi passare gli importanti oleodotti fra il Mar Caspio e il Mediterraneo, sottraendoli all’influenza della Russia, sua rivale nel campo petrolifero.
Ma ora gli Stati Uniti hanno deciso una riduzione degli aiuti per l’incapacità del governo di Tbilisi di porre un freno alla corruzione dilagante e sembrano più favorevoli all’opposizione.
La Georgia ha inoltre una serie di problemi interni non risolti: a parte la desolata situazione economico-sociale, c’è il conflitto con le due regioni autonome di Abkhazia e Ossezia Meridionale, delle quali la prima aspira all’indipendenza dopo una sanguinosa guerra ora congelata e la seconda vuole riunirsi all’Ossezia Settentrionale che fa parte della Russia.
Quest’ultima in passato ha appoggiato le richieste di associazione alla Federazione Russa da parte di queste regioni.
In passato Shevardnadze ha giocato molto su questa rivalità fra Russia e Stati Uniti. Ma la recente alleanza stretta fra USA e Russia in funzione antiterrorismo, ha spinto Bush e Putin a cercare di eliminare le altre cause di contrasto: e la politica di Shevardnadze era una di queste.
Per questo l’ormai ex-Presidente ha dichiarato, dopo essersi dimesso, “Mi sento tradito dagli amici americani”.
Ma subito dopo la caduta di Shevardnadze, Russia e USA hanno subito cercato di accattivarsi le simpatie degli attuali leader politici georgiani, che in Gennaio si confronteranno in nuove elezioni presidenziali.

Il segretario Usa alla difesa, Donald Rumsfeld, non ha perso tempo ed il 6 Dicembre scorso è andato in Georgia, per incontrarne i nuovi dirigenti.
La sua visita, secondo gli osservatori, è un chiaro segnale dell’influenza che ormai Washington ha acquisito nel cosiddetto “cortile di casa” della Russia. E non a caso il ministro degli Esteri russo Ivanov ha definito la visita un tentativo americano di fare pressione sulla dirigenza georgiana.
Washington ha intanto deciso un incremento dei suoi aiuti militari, già cospicui, sia alla Georgia che all’Azerbaigian, altra pedina di estrema importanza nel Caucaso.
Gli Usa hanno pubblicamente gettato tutto il loro peso sulla bilancia a favore dei nuovi dirigenti - Mikhail Saakashvili e Nino Budzharnadze - mentre hanno “espresso timori” che la Russia stia in qualche modo appoggiando i vari movimenti separatisti per destabilizzare il Paese prima delle elezioni presidenziali di gennaio.
Al termine dei suoi colloqui con la presidente ad-interim Budzharnadze e con il leader dell’opposizione Saakashvili, Rumsfeld ha chiesto il ritiro degli 8mila soldati russi dalla Georgia.

Ora non resta che aspettare le elezioni presidenziali, augurando alla Georgia che con esse inizi una vera indipendenza, sia politica, sia economica. Altrimenti sembrerà che le rose georgiane, dopo aver visto il sole, siano destinate a sopravvivere in una “serra russo-americana”.