Gennaio:
mese del dialogo
intereligioso

La tradizionale settimana per l’unità dei cristiani che si celebra ogni anno dal 18 al 25 gennaio, ci offre lo spunto per pubblicare qualche esperienza e/o notizia sul rapporto tra cristiani cattolici e cristiani ortodossi in Georgia e tra cristiani e musulmani in Costa d’Avorio, in Algeria e in Italia. Non c’è altra strada per costruire la pace che conoscersi e dialogare. E’ anche questo un modo di realizzare “l’educazione alla pace” che il Papa ci raccomanda nel messaggio per la giornata mondiale della pace di quest’anno.

Georgia: mancato accordo tra Stato georgiano e Vaticano

(spunti di riflessione in occasione dell’apparizione di un articolo di Régie Genté, giornalista indipendente che lavora nel Caucaso).

Alla fine del settembre ultimo scorso, un accordo tra lo Stato georgiano e il Vaticano non è stato stipulato a causa delle forti proteste della Chiesa ortodossa di Georgia.
L’accordo avrebbe dovuto garantire uno statuto legale alla comunità cattolica che conta nel paese circa 50.000 membri.
Alla vigilia dell’accordo il patriarca della Chiesa ortodossa autocefala di Georgia, Ilia II dichiarava essere “deplorevole che non ci fosse stata nessuna consultazione con la Chiesa ortodossa prima della firma dell’accordo” e che “per diritto morale il Patriarcato avrebbe dovuto essere consultato”. Non esiste in realtà nessuna norma scritta che lo stato debba consultare la Chiesa.
La Chiesa ortodossa georgiana nega di impedire il riconoscimento delle altre religioni ma, di fatto, oppone sempre ogni genere di ostacoli all’attuazione di tale atto.
Quale il motivo profondo?
Molte personalità sono intervenute in proposito. C’è la paura di una crescita d’importanza della posizione del Vaticano che, secondo l’arcivescovo Zenon, “potrebbe rinforzare la sua influenza in Georgia, costruirvi innumerevoli chiese e fondarvi dei seminari”.
Attualmente in realtà la situazione pende in favore della Chiesa ortodossa dato che, ad esempio, sei chiese che erano state cattoliche sono utilizzate dalla Chiesa ortodossa e pare non ci sia l’intenzione di restituirle, nonostante le numerose richieste in tal senso.
Non motivata in dettaglio, ma non meno esplicita, l’opinione del patriarca: “La firma di un accordo tra lo stato Georgiano e il Vaticano non è desiderabile”.
Per capire la situazione occorre pensare a quanto la Georgia, come tutti gli stati appartenenti all’ex U.R.S.S., abbia sofferto durante la dittatura comunista.
Nel paese praticamente la libertà religiosa era abolita e, quel poco di attività consentita era posto sotto stretto controllo degli organismi del Partito Comunista Georgiano. La chiesa, privata di mezzi di sostentamento, impossibilitata a stabilire rapporti internazionali, ha vissuto una stagnazione anche dal punto di vista della ricerca teologica. Dopo il comunismo, la Chiesa s’è ridestata come da un lungo sonno. La società mondiale e, in particolare, il modo di concepire i rapporti tra le Chiese erano mutati, ma la Chiesa georgiana non aveva potuto fare alcun cammino in tal senso.
Ha riesumato il suo patrimonio culturale, liturgico e teologico, semplicemente. Non ha avuto la fortuna di un Concilio Ecumenico Vaticano II.
Tra le caratteristiche del cristianesimo ortodosso georgiano c’è anche quella della stretta connessione tra chiesa e nazione. La storia delle due realtà è strettamente concatenata, nel bene e nel male.
Tutto ciò che entra dall’estero sa un po’, nella mentalità comune, di abusiva infiltrazione, di decadimento, di cedimento riguardo ai tradizionali valori incarnati nelle strutture e nella vita della Chiesa autocefala di Georgia.
A questo s’aggiunga la percezione dell’enorme divario di potere organizzativo ed economico tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa.
E’ un punto delicato: se i cristiani di Georgia hanno un bisogno estremo di aiuto per avanzare nella ricostruzione del loro paese e delle strutture della Chiesa, soffrendo di una povertà generalizzata, gli aiuti che vengono dall’estero possono apparire agli occhi di alcuni una facile esca per gettarsi nelle braccia dei soccorritori, al di là di tutte le buone intenzioni degli offerenti.
Un lungo dialogo, una grande pazienza, un tentativo più di aiutare i cristiani ortodossi a servire direttamente il loro popolo che di creare istituzioni gestite da altri enti e chiese, potrà far cambiare tra alcuni anni la situazione. Esistono menti aperte anche nel cristianesimo ortodosso georgiano: con esse sarà possibile programmare un futuro diverso.

 


Relazioni tra cristiani, musulmani e animisti in Costa d’Avorio

Féticheuse a Diby
Prete cattolico ad Ayamé
Donna musulmana ad Ayamé

I Portoghesi furono i primi Europei a toccare la costa ivoriana nel 1470, seguiti dagli inglesi e dai francesi che giunsero nel 1637 ad Assinie. Le cause della presenza francese furono diverse: economiche, religiose e culturali. I Francesi vollero, tra l’altro, piantare il cristianesimo in Costa d’Avorio e frenare l’espansione dell’Islam. L’anno che si considera come quello della prima presenza della chiesa cattolica sul suolo ivoriano è il 1895.
L’Islam penetrò in Costa d’Avorio in varie riprese. Famosa è l’azione del condottiero africano Samory Touré, originario della Guinea, paese confinante con la Costa d’Avorio, che, lasciato il Mali e rifugiatosi nel nostro paese per sfuggire ai francesi, fissò la sua dimora a Dabakala, nel nord del territorio nazionale e s’impegnò nella diffusione dell’Islam in quelle regioni.
Le due religioni importante coesistettero fin dall’inizio con l’animismo, religione originaria della gente del posto.
Altre religioni si sono aggiunte negli anni, importate un po’ da tutto il mondo: buddismo, kimbanghismo, vudu, macumba...
La Costa d’Avorio è rimasta tuttavia sempre un paese politicamente laico che ha concesso a tutti di costruire tranquillamente i propri luoghi di culto. Il Partito unico (PDCI) ha governato il paese fino al 1990 e, dal punto di vista religioso, le cose andavano bene. Nessun atto di vandalismo o di profanazione s’era registrato.
Cristiani e musulmani s’invitavano reciprocamente alle feste religiose.
Matrimoni misti erano possibili, in contrasto con la consuetudine dell’Islam in altri paesi; la gente abitava assieme nei villaggi; i bambini animisti e musulmani frequentavano le scuole cristiane, note per la loro serietà.
Alla morte di Houphouet-Boigny, primo presidente della Costa d’Avorio, i nuovi partiti hanno cominciato ad utilizzare senza scrupoli la religione come mezzo per l’ascesa al potere. Hanno spinto verso l’identificazione di partito, regione, etnia e religione. Il Nord (musulmano) avrà dunque il suo partito, il Sud (cristiano) il suo... Dopo qualche anno comincia la violenza: il tempio di Agboville viene bruciato, la parrocchia cattolica del Blockhaus (Cocody-Abidjan) idem assieme all’auto del parroco. Vengono date alle fiamme alcune moschee a Yopougon-Abidjan. La polizia trova armi nei luoghi di culto... Si sono registrati molti casi di capi religiosi che invitavano i loro fedeli a votare un certo partito oppure a disertare le elezioni... Molti disordini al Nord... Le relazioni amichevoli hanno lasciato il posto all’idea: “Chi non è con me è contro di me”... Alcuni abitanti sono stati cacciati dalle regioni in cui erano minoranza... Insomma la politica di uomini di potere bacati ha raggiunto almeno in parte i suoi obiettivi.
Per fortuna esistono ancora nel paese veri uomini di Dio che predicano l’amore, la fraternità, la pace, la tolleranza. Essi esortano i fedeli a non seguire quei politici che utilizzano la religione per giungere al potere.
Veglie di preghiera sono state organizzate ovunque tra cristiani, musulmani e animisti perché fosse chiaro a tutti che le religioni non spingono alla violenza ma all’amore del prossimo per la costruzione di un paese di pace e di solidarietà.

Eba Kadja Vincent