Il dialogo islamo-cristiano è possibile

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Un’esperienza singolare di dialogo tra le due religioni fu realizzata da Ulisse Caglioni, focolarino, morto il 1° settembre 2003.
“E’ stata la fedeltà di Ulisse all’amore evangelico del prossimo che ha permesso di scoprire e di vivere profonde amicizie islamo-cristiane, ponendo su questo cammino un segno di Dio”, scrive l’arcivescovo di Algeri, Henri Teissier.
Nato nel 1943, Ulisse incontrò il movimento dei focolari nel 1964. A 24 anni si recò in Algeria a Tlemcen, dove aprì, assieme a due fratelli, la prima comunità in terra musulmana.
Nel 1970, Ulisse nota: “…cerco di vivere bene l’attimo presente, sfruttando bene i momenti più difficili, che mi danno la possibilità di vivere un po’ di più l’amore puro”. Ulisse aveva una disponibilità che passava attraverso tutti quei piccoli gesti concreti che la sua ingegnosità inventava. Per lui il rapporto con i fratelli era la cosa più importante, sacra.
Teresa Sala, responsabile con lui del movimento in Algeria non teme di affermare che Ulisse l’ha “aiutata a penetrare il cuore, l’animo di questo popolo”.
Tlemcen diventerà “un luogo di incontro, di dialogo e di spiritualità, un’oasi di pace” come dice Sidi Ahmed Benchouk, musulmano, già prefetto della regione di Tlemcen (Orano) che ha voluto essere presente all’ultimo saluto ad Ulisse. E continua: “Eri un esempio magnifico di coerenza tra ciò che si dice, ciò che si fa e ciò che si è. Sei venuto verso di noi sciogliendo un mare di ghiaccio e distruggendo i muri che ci separavano per costruire un ponte indistruttibile”.
“Ulisse è stato per noi il legame tra cristianesimo e islam”, scrivono gli amici musulmani a Chiara Lubich, subito dopo la sua morte. E aggiungono: “Abbiamo imparato ad ascoltare, senza pregiudizi, senza giudizio alcuno. Ci ha insegnato a fare tutto per amore. Ci ha insegnato ad essere l’amore. Ha sempre testimoniato la sua fede in Dio. Era per noi il modello del credente. L’unità che creava andava oltre le differenze a tal punto che tanti dicevano: “Ulisse, ecco il vero musulmano”, non perché non conoscessero la sua fede e la sua vocazione, ma perché la sua vita di credente aveva fatto di lui un uomo di Dio”.
Ulisse è rimasto in Algeria per più di trent’anni ed ha lasciato il paese solo quando si rivelò in lui una grave malattia contratta ai tempi del suo lavoro in fabbrica. La sua testimonianza continua a vivere in quella terra da lui tanto amata.

Da “News” del Movimento dei Focolari del 15.09.2003

 



Una tavola rotonda dal tema:

“Abramo nostro padre”

 

Moschea a Korogo, Costa d'Avorio

Si è tenuta nel mese di novembre a Verona una serata ecumenica i cui obiettivi erano: proseguire un cammino di dialogo avviato con le giornate del dialogo cristiano-musulmano; imparare le religioni dalle religioni; proporre un contenuto culturale e una valenza spirituale; disarmare le ideologie; proporre un percorso che va dalla condivisione dei contenuti alla convivialità delle fedi; creare un clima di incontro positivo; abbattere alcuni muri di ignoranza e diffidenza.
Tema della serata, la figura di Abramo come padre nella fede condiviso dalle grandi religioni monoteiste. L’Imam di Verona Guerfi ha raccontato brevemente la storia di Abramo così come essa può leggersi nel Corano, ponendo l’accento su alcuni episodi che sono particolarmente significativi circa il cammino della fede: Abramo, dunque, è l’uomo fedele, che predica la verità che ha scoperto, ma a gloria di Dio e non di sé stesso; è l’uomo che sfida l’ira del padre e la vendetta, fidandosi di Dio che lo salva trasformando il fuoco in un giardino; è l’uomo che confida nella protezione e nella benevolenza di Dio e che per questo lo vede intervenire nella storia sua e della sua famiglia.
La Pastora della Comunità cristiana di confessione Valdese, Letizia Tommassone, ha tratteggiato la figura di Abramo così come essa si incontra nella Bibbia: egli esce dalla sua città, Ur, per fiducia nella parola di Dio; il percorso che affronta è quello del Popolo di Israele quando esce dalla schiavitù di Babilonia, un viaggio di liberazione in cui si è chiamati da Dio per uscire dall’idolatria verso la fedeltà. Le due caratteristiche di Abramo sono la fiducia e la speranza, la sua è una fede impastata di umanità. Abramo è un padre dell’universalismo: è il primo credente che riceve una chiamata, ed è la figura che rappresenta la relazione fra Dio e tutte le famiglie della terra. Anche nel Nuovo Testamento la figura di Abramo è richiamata come esempio di fede e universalismo.
Don Valentino Cottini, infine, ha lanciato alcune provocazioni sul tema della condivisione dei nomi della fede, come avviene per il nome di Abramo fra le grandi religioni; condividere il nome significa condividere non tutto, ma almeno qualcosa: c’è un nucleo che resta. Come, allora, mettersi d’accordo? Si può cercare una base minima comune, oppure mettersi d’accordo sul massimo: accettare la diversità, ma condividere qualcosa.
I tratti della figura di Abramo comuni fra le grandi religioni, ad esempio, insegnano a staccarsi dagli idoli, a vivere l’ansia di Dio, la fiducia che davanti a noi sta la sua promessa. Non si tratta di arrivare ad accordi, ma di percorrere alcuni tratti di strada insieme, come Abramo ha fatto con l’umanità intera. Abramo ha insegnato l’amore e il rispetto per ogni persona, così anche il dialogo fra le religioni può diventare autentico e concreto se si fa dialogo fra persone.

Eugenia Sturiale



“La chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella Verità che illumina tutti gli uomini.”

(Dichiarazione del Concilio Ecumenico Vaticano II
sulle Religoni non cristiane n.2)

 


“Quelli infatti che credono in Cristo e hanno ricevuto debitamente il battesimo sono costituiti in una certa comunione, sebbene imperfetta, con la chiesa cattolica. Non v’è dubbio che, per le divergenze che in vari modi esistono tra loro e la chiesa cattolica, sia nel campo della dottrina e talora anche della disciplina, sia circa la struttura della chiesa, impedimenti non pochi, e talvolta proprio gravi, si oppongono alla piena comunione ecclesiastica, al superamento dei quali tende appunto il movimento ecumenico. Nondimeno, giustificati nel battesimo dalla fede, sono incorporati a Cristo e perciò sono a ragione insigniti del nome di cristiani e dai figli della chiesa cattolica sono giustamente riconosciuti come fratelli nel Signore.”

(Decreto del Concilio Ecumenico Vaticano II
sull’Ecumenismo n. 3)