Presentazione

Mi sono trovato alcune volte a narrare frammenti di storia relativi alla ricostruzione del Santuario di Lourdes e della Scuola Apostolica, in Verona. Notavo, in chi ascoltava, interesse ed anche stupore. Alla fine mi sentivo dire: "Perché non scrive queste cose? Noi non ne sapevamo nulla, e, morto lei, (bel complimento!) tutto andrà perduto".

Simile invito - in maniera discreta - mi venne pure da qualche superiore (ultimamente da padre Giovanni Zampieri) e dai confratelli di san Leonardo. Questi, vivendo nell’ambiente, sentono più acuto il desiderio di avere notizie sicure e dettagliate sull’origine dei due complessi.

Ma sentivo anche – e talora prepotente – un altro stimolo, interiore. Perché non mettere in luce questa piccola, ma vera opera che si aggiunge alle grandi cose che Dio ha compiuto in onore dell’Immacolata sua Madre?

Ho accolto questi inviti e mi sono messo a narrare quanto so e quanto ricordo. Il criterio che ho seguito nella stesura di queste pagine è quello del racconto. Mentre scrivevo, mi sembrava di essere attorniato da un gruppetto di confratelli ai quali narravo, con semplicità, le cose come si sono svolte e come le ho vissute.

Pur attenendomi all’esattezza storica dei fatti, ho cercato di ricreare il clima nel quale sono accaduti, coinvolgendo la persona che ascolta.

Ho creduto opportuno, poi, di allegare alcuni documenti più significativi, alla fine dello scritto. Mi sembrano utili non solo per confermare l’esattezza di quanto è narrato, ma anche per conoscere uno spaccato sui tempi travagliati, ma esaltanti, della ricostruzione. Ed anche l’impegno fiducioso e tenace, da parte dell’Istituto, per sanare le ferite inferte dalla guerra, e per riprendere deciso, il suo cammino.

P. Giuseppe Cappellina

 

1 - Preliminari

Mi decido di iniziare oggi 9 agosto 1995, nella quiete del riposo estivo in Battipaglia, a stendere degli appunti sulla nascita e le vicende relative alla costruzione della Scuola Apostolica e del Santuario di Nostra Signora di Lourdes in Verona.

Veramente provai una certa velleità di stendere una cronaca di quegli avvenimenti fin dal 1953. Ma il desiderio non ebbe seguito e lo scritto si concluse alle prime battute. Voglio riportare qui, come stanno, quelle poche pagine, storia e oramai anche documento.

"Oggi 22 ottobre 1953, ho pensato di iniziare a mettere in iscritto alcune note relative alle predette costruzioni, nella speranza che un giorno a me ed ad altri potranno essere utili. Premetto che dirò quanto so di scienza certa per essere stato in mezzo a tutte o a molte trattative e per aver avuto le confidenze di chi dirigeva o conduceva la faccenda.

Per il periodo passato devo omettere molte date o quasi tutte, perché difficilmente le potrò ricordare con esattezza, data la mia memoria labile. Quanto dirò circa i fatti e le persone credo siano cose sicure: se non sono tali non le noto nemmeno. Questo per la chiarezza e per la storia.

La prima persona a suscitare il problema e a cercare una soluzione è stato p. Luigi Fantozzi. Terminata la guerra a causa della quale il Santuario e la Scuola Apostolica rimasero distrutti da bombardamenti aerei, egli, che si trovava a Roma, venne a Verona col "mandato" – così affermava – da parte del Superiore generale (p. Giovanni Battista Zaupa) di studiare il modo di ricostruire il Santuario.

Egli, dapprima, pensò di allungare l’abside della chiesa delle Stimate e di costruirvi la grotta con la statua della Madonna. Tale soluzione venne portata avanti al primo Capitolo Provinciale (febbraio 1946) presieduto da don Vittorio Gardumi, e fu accettata con alcuni voti di scarto.

Al Capitolo generale (maggio 1946) la cosa non fu avallata e p. Fantozzi dovette escogitare altre soluzioni. Ma egli non è tipo da perdersi d’animo, anzi più crescono le difficoltà più si rafforza nella propria idea. Per questo progetto poi militavano il suo ardente zelo per l’Immacolata di Lourdes e il fatto che il primo Santuario, in piazza Cittadella, era nato per sua opera e volontà.

Pensò perciò di ricostruire il Santuario sul terreno della ss. Trinità, dal lato della via del Minatore, perché così sarebbe stato vicino alla ricostruenda Scuola Apostolica. Ricordo che nell’autunno del 1946 – ad Affi – egli mi fece vedere ed esaminare un progetto, redatto da lui stesso, di un simile Santuario, affinché appoggiassi l’idea presso il Consiglio, essendo io stato da poco eletto consigliere provinciale (13 luglio 1946).

Poi pensò di chiedere la chiesa della ss. Trinità, prolungarne l’abside e costruirvi la grotta, ma non ne fu nulla.

Una simile soluzione pensava di adottare pure con la chiesa di s. Pietro Incarnario, via Stradone Maffei, semidistrutta.

Due tentativi più seri e più a lungo coltivati furono fatti per la chiesa di s. Antonio sul corso Porta Nuova. L’idea era quella di comperare dalla diocesi la chiesa distrutta e l’annesso ex convento dei Gesuiti, sede di una stazione di carabinieri (Caserma Pastrengo) di proprietà dell’Amministrazione Provinciale. Quindi costruire in quella zona il complesso delle Stimate (scuole, convitto e annessi). E trasferire la Scuola Apostolica nella sede delle Stimate, vicino alla tomba del Fondatore.

L’idea piacque a parecchi e non era contrario neppure il Generale, p. Dionigi Martinis. Però tutto morì quando il Vescovo chiese una cifra elevata per cedere la chiesa, e l’Amministrazione Provinciale, nonostante le ripetute promesse dell’arch. Vincita – vicepresidente della Provincia di Verona – di dare in donazione o almeno ad un prezzo di favore l’area, chiese invece £ 4.000 al metro quadrato.

L’altro tentativo coraggioso, forse audace, a cui si applicò p. Fantozzi fu quello di chiedere Castel San Pietro al Comune di Verona in cambio di una costruzione da erigersi per accogliere i fanciulli dell’Istituto Calderara, che lo occupavano. La cosa andò avanti assai. Fu presentata al Consiglio comunale dal vicesindaco avv. Giuseppe Trabucchi e discussa. Le discussioni però degenerarono in polemiche sulla stampa cittadina la quale vedeva di malocchio la distruzione del castello per costruirvi un santuario. (Cfr. Appendice - alla fine del libro).

Interessi di partito, sentimenti anticlericali, proteste ridicole si davano la mano; così che, per troncare tutto e non porre l’Amministrazione in imbarazzo, la cosa fu messa a tacere.

Io però ero contrario a tale soluzione perché, secondo il progetto, lassù doveva andare anche la Scuola Apostolica; il piazzale doveva rimanere aperto sempre a turisti e visitatori e a tutti era concessa la possibilità di visitare i ruderi romani e medievali all’interno delle mura di cinta.

P. Fantozzi incominciò ad avere parecchie persone ostili, in casa e fuori. Un po’ la colpa era anche sua: chiacchierava troppo e con troppi, spinto dal suo entusiasmo, e credeva fossero sostenitori delle sue idee proprio quelli che ne erano contrari.

Ma egli non disarmava, anzi in ogni tentativo fallito vedeva la mano della Provvidenza affinché ne venisse una soluzione migliore. E in realtà sarà proprio così!

A questo punto (non so l’anno preciso) entrarono in scena due persone che dovevano avere grande parte nel realizzare il progetto della ricostruzione del Santuario: il prof. Piero Gazzola e l’ing. conte Iseppo Loredan, suo profondo amico. Essi furono i consiglieri di p. Fantozzi e gli artefici delle successive realizzazioni.

Essi suggerirono di richiedere al Demanio Militare il forte s. Sofia con annessi terreni e di costruire lassù il Santuario e la sede della Scuola Apostolica.

Proposero inoltre di scegliere come progettista del costruendo complesso l’arch. Paolo Rossi de’ Paoli invece dell’arch. Bonomi da Monte, il quale aveva assistito p. Fantozzi fino a quel momento. Tale consiglio teneva conto del fatto che l’arch. Rossi de’ Paoli abitava a Roma e quindi era fuori della piazza di Verona, ma soprattutto veniva proposto perché era uno dei più quotati architetti del momento.

Venne redatto un disegno di massima, furono presentate le pratiche ai competenti uffici, ma dopo un periodo di attesa, venne risposto che il forte s. Sofia non sarebbe mai stato dismesso, perché sede della piccionaia militare, e inoltre perché aveva una forma perfetta e caratteristica, perciò da conservare come opera storica.

La delusione di padre Fantozzi era al colmo, e lo scoramento assai profondo. Voleva lasciare tutto e ritornarsene a Roma, rimettendo il mandato nelle mani del Superiore generale. Simile sfiducia si era impossessata pure di p. Giovanni Cervini, Provinciale, che aveva sempre seguito con passione tutti i ripetuti tentativi.

Nel medesimo tempo il progetto di ricostruzione dell’edificio delle Stimate, presentato dall’architetto Vincita, veniva ripetutamente bocciato a Roma. Sicché un senso di inquietudine era sorto tra i confratelli della Comunità verso il Superiore provinciale e suo consiglio, quasi che non si interessassero di loro per andare dietro "ai sogni" di d. Fantozzi, sogni che poi si risolvevano in delusione e in dicerie sul nostro conto.

Inoltre rispuntava l’idea di assegnare la sede delle Stimate alla Scuola Apostolica e di trasferire la scuola, il convitto e opere annesse, nel territorio della ss. Trinità, dove si sarebbe potuto costruire ex novo un complesso moderno, con ampi cortili, palestra, piscina, ecc., avendo a disposizione 17.000 metri quadrati di terreno. Tale soluzione rinunziava o astraeva dall’idea di una possibile ricostruzione del Santuario.

Questi sentimenti, di cui più di un confratello non faceva mistero – e che erano condivisi anche da un consigliere provinciale – furono causa di amarezze, e talora anche d’impedimento per l’agire dei superiori e di p. Fantozzi. Anche a Roma, presso il Superiore Generale p. Dionigi Martinis, questi tentativi a vuoto e i conseguenti malumori e dicerie facevano breccia.

Dopo un po’ di tempo passato nell’incertezza, durante il quale p. Fantozzi fu sostenuto dalla preghiera ed anche dal conforto e dall’appoggio di d. Giovanni Calabria, i due "suoi consiglieri" Gazzola e Loredan proposero di chiedere al Demanio la cessione del forte militare di san Leonardo. Come nacque l’idea e come si concretizzò questa scelta non lo so. P. Fantozzi, che non si perde mai d’animo, accondiscese alla proposta, ma questa volta con poca fiducia e nessuna speranza. Ma a poco a poco la fiducia andò aumentando.

Si persuase che la posizione del Santuario sul colle san Leonardo era migliore di quella del forte s. Sofia e si mise con la consueta energia a tentare la nuova occasione. Si rendeva conto che la cosa si presentava ora più difficile a causa della lunga attesa e dell’aria poco favorevole, sia in alto che in basso.

Il p. Generale, di passaggio per Verona, e messo al corrente della nuova prospettiva, volle vedere personalmente la posizione. Ma non gli parve adatta, soprattutto per l’ubicazione del seminario religioso, o Scuola Apostolica, che gli sembrava troppo ad occidente, coperta dal colle s. Leonardo, esposta ai venti, isolata. E poi mancava assolutamente una strada, almeno degna di questo nome.

Fu in questo momento e in questo contesto che p. Fantozzi propose al Provinciale d. Cervini – dietro suggerimento del binomio Gazzola-Loredan – che io fossi suo collaboratore nella realizzazione della difficile impresa, e poi a poco a poco di essere personalmente interlocutore nelle trattative a nome e per conto dell’Istituto, sempre mettendolo al corrente dei passi compiuti o che si andavano a compiere. Ancora: la vecchiaia progressiva, le indisposizioni frequenti, i ricoveri all’ospedale non permettevano a p. Fantozzi di seguire l’evolversi della situazione. E d’altra parte, mi sembra di poter dire, che egli non era il tipo adatto per questo. Uomo dalle grandi idee, di fervida inventiva non godeva di eguale capacità nel realizzare, e di senso concreto nelle scelte particolari. In più, ben presto dovette essere ospitato nella comunità di Sezano, per avere l’assistenza pronta e continua dell’infermiere, e saliva a Boscochiesanuova con gli studenti durante la stagione estiva".

Questo è riportato nelle annotazioni del 1953, con qualche lieve ritocco verso la fine. Non posso non approvare tutto, oggi a distanza di 45 anni. Ci sono delle differenze da allora: i fatti sono più lontani e la memoria si è più arrugginita, ma ho potuto consultare dei documenti, come Il Bertoniano, i Verbali del Consiglio provinciale e alcune carte d’archivio.

 

Ampliamenti e chiarificazioni

La situazione.

Nella fase di ricostruzione, subito dopo la guerra, lo Stato aveva emesso una legge con cui concedeva un contributo pari all’ammontare del danno subìto a causa di avvenimenti bellici, a chi ricostruiva o riattava gli edifici (case di abitazione, ospedali, scuole, conventi, ecc.) danneggiati o distrutti. Naturalmente dietro presentazione di documenti comprovanti la causa e l’entità dei danni, e secondo le possibilità di bilancio. (Doc. 1). È evidente che per chiudere le ferite enormi causate dalla guerra solo in questo settore, dovevano passare diecine di anni.

Noi Stimmatini avevamo a Verona tre blocchi di edifici da ricostruire: la chiesa della Madonna di Lourdes, le scuole e convitto Stimate, la Scuola Apostolica. Non potevamo pretendere di avere subito e tutto il finanziamento garantito dallo Stato, quando altri enti erano nella medesima situazione. Questa ovvia costatazione ce la sentimmo ripetere più e più volte da funzionari incaricati di esaminare le pratiche.

Altra ovvia osservazione: il contributo per i danni di guerra non copriva mai il costo totale della ricostruzione, perché era erogato con economia fino all’osso, e perché, di solito, chi ricostruiva lo faceva con maggior ampiezza, con materiali più costosi, realizzando locali più adatti alle nuove esigenze, ecc. Perciò una parte del costo di ricostruzione – e talora la più consistente – doveva essere sostenuta dai proprietari.

Dunque, allo scopo di pervenire ad una pronta e organica ricostruzione, il Provinciale di allora, padre Vittorio Gardumi, diede l’incarico, per iscritto, all’architetto Flavio Vincita di procedere alla perizia del danno causato dalla guerra agli edifici, e di passare alla progettazione del complesso delle Stimate, riservando la progettazione della Scuola Apostolica ad un secondo tempo. L’incarico, in pratica, si estendeva a tutte le costruzioni che sarebbero sorte sul terreno delle Stimate e della ss. Trinità. Questo ampio mandato, sollecitato e concesso all’architetto Flavio Vincita, fu causa in seguito di malumori e di recriminazioni, perché praticamente legava le mani ai Provinciali che sarebbero succeduti. L’architetto da parte sua, si mostrò intransigente nel far valere questo incarico-diritto, creando spesso delle situazioni incresciose.

P. Gardumi, a un anno dalla fine della guerra, lasciava l’ufficio di Provinciale e veniva sostituito da p. Giovanni Cervini e io entravo nel consiglio provinciale come 4° consigliere.

Non potendo dunque ottenere contemporaneamente il finanziamento per i tre complessi, venne data la precedenza alle Stimate. E giustamente, sia perché casa madre, sia perché una volta sistemati convitto e scuola, si apriva la possibilità di avere qualche entrata finanziaria. Le scuole erano dislocate a Sezano, alle Stimate, e a palazzo Giuliari (concesso in affitto) di fronte alla chiesa di s. Paolo in Campo Marzio.

La ricostruzione del complesso delle Stimate venne curata da p. Alziro Furlanis, aiutato da p. Giovanni Reverberi (finché rimase a Verona), e da p. Michele Madussi, Vicario provinciale. Il progetto naturalmente fu quello redatto dall’architetto Vincita.

 

I protagonisti della ricostruzione del Santuario

P. Luigi Fantozzi

Certamente il primo fu p. Fantozzi. Sulla sua figura di religioso, apostolo, realizzatore, missionario, trascinatore con la sua parola, è stato già scritto, ma molto rimane ancora da mettere in luce. Ricordo solo quanto mi disse più volte monsignor Pietro Albrigi, superiore del Mazza e, per un certo periodo, Vicario generale della diocesi di Verona: "Voi Stimmatini fate un peccato mortale se non scrivete la vita di p. Fantozzi. Insieme a mons. Manzini e a don Calabria forma la triade di ecclesiastici che maggiormente hanno dato il tono alla Chiesa veronese nei primi anni del ‘900".

Io ne parlo solo in relazione alla ricostruzione del Santuario.

Nel 1908 egli aveva trasformato la chiesa di s. Teresa in piazza Cittadella in Santuario dedicato alla Madonna di Lourdes. Fece sfondare l’abside della chiesa, richiudendola poi a modo di grotta. In alto venne collocata la statua marmorea dell’Immacolata, scolpita da Ugo Zannoni. Statua riconosciuta universalmente come uno dei capolavori dell’artista veronese per la bellezza d’arte e profonda ispirazione religiosa.

Lo stesso P. Luigi raccontava che si decise a questa trasformazione dietro suggerimento del Servo di Dio conte Francesco Perez, il quale pure gli consegnò la prima offerta di lire 15.000 per i lavori di ristrutturazione. Il motivo immediato fu quello di disporre di una chiesa per i ragazzi dell’oratorio delle Stimate, ma ben presto divenne luogo di preghiera per molti devoti di Maria. Si voleva inaugurare il nuovo santuario nel 1908 - in coincidenza col 50° anniversario delle apparizioni della Madonna. Invece fu inaugurato l’anno dopo da parte del vescovo di Lourdes, accolto alla stazione di Porta Nuova con tre complessi bandistici e gran folla di popolo (22.3.1909). Organizzò pellegrinaggi a Lourdes, nei quali era sempre parte attiva. Fece eseguire alcune copie, di dimensioni ridotte, delle statua dello Zannoni. Alcune le ho viste personalmente: nel cortile dell’abitazione del vescovo a Lourdes, nella chiesa parrocchiale di Boscochiesanuova e in quella di Erbezzo. Difese la Madonna contro miscredenti e blasfemi. Una volta che il Podrecca – o altri – venne a Verona a parlare contro la "superstizione" di Lourdes, fece tappezzare la città di manifesti con la sfida: "Saranno date a lui o a chi avesse dimostrato falso anche un solo caso di guarigione riconosciuto dal Bureau de constatation, £. 10.000, - da ritirare presso la Cassa di Risparmio". Per questo suo amore verso la Vergine, fatto di devozione e di operosità combattiva, veniva chiamato "il cavaliere dell’Immacolata". Titolo reso ancora più bello e splendente da ciò che fece e sopportò per Maria nella ricostruzione del suo nuovo Santuario.

P. Fantozzi, subito dopo la guerra, venne a Verona col "mandato" di ricostruire il Santuario, da parte del superiore generale p. Giovambattista Zaupa. Ma forse era solo un mandato esplorativo. C’era in quasi tutti il desiderio di veder risorgere il Santuario distrutto, anche se non si sapeva dove e come.

P. Fantozzi si incontrò con i suoi grandi amici, monsignor Giuseppe Manzini e d. Giovanni Calabria i quali lo confortarono nel suo proposito. Si mise subito al lavoro e tentò varie soluzioni.

Dopo il Capitolo generale (26 maggio - 5 giugno 1946) ritornò a Roma, dove il nuovo superiore p. Dionigi Martinis gli riconfermò il mandato di ricostruire il Santuario. Riappare nuovamente a Verona il 13 settembre del 1946 con destinazione casa dell’AMB (alcuni locali salvatisi dalla distruzione, alla ss. Trinità).

Nei primi momenti, per le ricerche e per la progettata ricostruzione, si affidò all’arch. Vincita e pensò di ricostruire il Santuario sul terreno della chiesa di
s. Antonio, sul corso Porta Nuova. Ricordo bene quando un giorno mi parlava dei vantaggi che sarebbero venuti se si trasportava l’opera delle Stimate sul Corso. "Vedi, mi diceva con serietà e convinzione, qui siamo quattro metri più alti, ciò vuol dire aria buona!".

Quando questa prospettiva si chiuse perché le promesse fatte dal Vincita si erano rivelate infondate, restò amareggiato e ruppe le relazioni con lui, pronunciando parole amare e risentite, da buon toscano! Fu allora che venne incontro la Provvidenza nella persona del professor Gazzola.

Il prof. Gazzola era soprintendente alle Belle Arti di Verona, Mantova e Cremona. La moglie, tuttora vivente, si chiama Elena Schiavi, pittrice. Si diceva che avesse identificato la tecnica che usarono i Romani nel dipingere gli affreschi di Pompei.

Nell’immediato dopo guerra venne ricostruita parte della biblioteca capitolare di Verona, distrutta dai bombardamenti, e la cappella interna venne affrescata appunto da Elena Schiavi. Si vedono le figure del marito, prof. Gazzola, di mons. Turrini, bibliotecario e di mons. Manzini, vecchio ma sempre lucido di mente e grande di cuore. Il Gazzola, a motivo di questi lavori – e più tardi anche per lavori nell’edificio del vescovado – aveva contatti frequenti con le autorità ecclesiastiche, compreso il vescovo, mons. Girolamo Cardinale. Aveva un profondo affetto ed ammirazione per mons. Manzini. Non solo per la sua cultura ma soprattutto per la sua profonda spiritualità. Fu monsignor Manzini che presentò p. Fantozzi al professor Gazzola. P. Fantozzi, coi suoi problemi così vicini alla sensibilità del Gazzola e al suo ufficio di soprintendente! Il Gazzola cominciò a conoscere e stimare p. Fantozzi, non solo per la profonda amicizia che lo legava a mons. Manzini, ma per il suo entusiasmo, per l’attaccamento al progetto e la sua spiritualità. Ricordo che, dopo una visita a p. Fantozzi alle Stimate, uscì in un’espressione del genere: "Bisogna dimenticare un po’ tutti questi affari e sentire parlare di Dio". E si sa che quando padre Fantozzi parlava dell’amore di Dio e di Cristo, della devozione all’Immacolata e della salvezza dell’anima, la sua parola si faceva ispirata e il tempo volava. Ne sapevano qualche cosa coloro che andavano a confessarsi da lui: meno di mezz’ora non se la cavavano!

Le grandi scelte, come la località per il Santuario, l’impostazione delle pratiche, la scelta dell’architetto, dell’impresa ecc., sono state compiute dietro suggerimento di Gazzola.

Il prof. Gazzola era un uomo un po’ schivo, di tratto affabile, signorile, spiccio; limpido nell’esporre e trattare gli affari, senza la minima pretesa di riconoscenza per ciò che faceva. Una cosa voleva ed esigeva assolutamente: che nessuno sapesse che egli era il consigliere di p. Fantozzi per il Santuario, perché ciò avrebbe potuto creare problemi, data la sua posizione di Soprintendente, funzionario statale.

Il Conte Iseppo Loredan

Altro protagonista fu l’Ing. Conte Iseppo Loredan. Amico intimo del Gazzola fu presentato da lui a padre Fantozzi come un alter ego; come la persona più indicata per seguire e risolvere i problemi connessi con l’erezione del Santuario. Del resto ci voleva una persona che agisse per conto dell’Istituto presso le autorità, l’impresa e i fornitori. Più immediatamente, che fosse consigliere illuminato e fidato di padre Fantozzi.

Fu una scelta felice, direi provvidenziale, e diverrà la persona di fiducia degli Stimmatini in molte altre iniziative, pure dopo la morte di padre Fantozzi, il quale si apriva e si appoggiava a lui pienamente.

L’ingegnere d’altra parte, fu ammiratore affezionato di p. Fantozzi, pur dovendo spesso accondiscendere ad incontri e colloqui prolungati. Ricordo che una volta mi confidò: "Nei primi tempi che conobbi p. Fantozzi egli mi chiamava spesso, anche se non c’era motivo. Non so di che cosa parlassimo, ma uscivo dalla sua stanza soddisfatto".

Era una persona molto dotata: intuitivo, versatile, dialettico. Di tratto affabile, modesto, metteva tutti a proprio agio. Teneva uno studio professionale in via Oberdan 11, con due geometri. Fu per parecchio tempo presidente degli Istituti Ospitalieri di Verona e assessore ai Lavori Pubblici del Comune di Caldiero, dove dimorava – e ancora dimora la famiglia – in una villa posta di fronte alla nostra di Cadellara, e sua gemella nella struttura, Ca’ Rizzi. Soprattutto fu un grande cristiano, di profonda spiritualità, "una figura evangelica", come diceva lui di qualche altro laico. Non è qui il posto di dilungarci: accettazione della Volontà di Dio, perdono dei nemici e avversari, aiuto a persone che a lui si raccomandavano, o erano in necessità, addolorato ma aperto nel concedere che una figlia entrasse in un monastero di monache, onesto amministratore, padre amoroso ed educatore saggio dei figli (cinque femmine ed un maschio) tenero e retto con la sposa, sincero con i colleghi. E tutto questo con la più grande naturalezza, senza sovrastrutture: era e appariva un normale cittadino, professionista e padre di famiglia. Se mons. Pietro Albrigi disse che era un peccato non scrivere la vita di p. Fantozzi, mi sento di dire che è altrettanto peccato non mettere in luce la vita di questo Christifidelis laicus. Ricordo solo che più di una volta, quando veniva a Sezano di mattina per conferire con padre Fantozzi e con me, chiedeva di ricevere prima la Comunione, accontentandosi poi di un semplice caffè sorseggiato durante la conversazione.

 

P. Giovanni Cervini

Di p. Cervini, Provinciale dal 13 luglio 1946 al maggio 1952, quando venne eletto Consigliere generale, dirò poco, cioè quello che è attinente al tema della ricostruzione del Santuario e della Scuola Apostolica. Agli storici dell’Istituto il compito di parlare della sua personalità e della sua opera. Era di carattere fondamentalmente timido, sebbene le parole sprizzassero dalla sua bocca come da fontana. Aveva molto rispetto per la persona del p. Generale, temeva l’opinione pubblica, cioè i giudizi e gli umori dei confratelli, con pericolo di esserne condizionato. Aveva bisogno di sentirsi appoggiato per essere pienamente sicuro e deciso. Possedeva una visione chiara della Provincia e dei suoi problemi, nelle scelte e nell’attuazione concreta. Comunque occorre considerare l’enorme cumulo di problemi che aveva ereditato - e la necessità impellente di sanare le ferite causate dalla guerra a quasi tutte le comunità d’Italia, allora Provincia unica.

Gli fu molto prezioso, nei primi anni, l’aiuto di p. Michele Madussi e, nella parte giuridico-amministrativa, di p. Giovanni Reverberi.

Si sentiva perciò sorretto all’interno, mentre all’esterno era appoggiato dal binomio Gazzola-Loredan. Poté perciò dare il meglio di sé nell’attuazione del progetto: Santuario, Scuola Apostolica.

A rigor di logica la ricostruzione del Santuario non era per l’Istituto un impegno necessario e tanto meno urgente, mentre provvedere una sede per i nostri studenti seminaristi, era vitale. Più di qualche confratello era proprio del parere di lasciar cadere il problema della ricostruzione del Santuario. Diceva esplicitamente che tale progetto era solo un sogno, un’idea fissa di padre Fantozzi, e il parlare che ne faceva era perditempo, chiacchiere inutili e anche dannose per l’Istituto.

Per p. Cervini e il suo Consiglio invece, la soluzione dei due problemi doveva camminare insieme. Così a Castel s. Pietro, così a s. Antonio al Corso, così al forte s. Sofia e così sarà a s. Leonardo.

Non vennero per questo dimenticati gli altri problemi della Provincia, né fermata la sua espansione. Basti ricordare solo alcuni nomi: Cadellara, Boscochiesanuova, Caorle (per studenti), Pavia, Rieti, Antrodoco, i due pensionati di Milano.

Il Consiglio provinciale, agli inizi, permise che padre Fantozzi facesse le ricerche e i tentativi a titolo personale e solo più tardi intervenne assumendone in proprio la responsabilità, quando le cose si fecero più concrete e impegnative.

La Madonna di Lourdes

Last but not list, la vera protagonista di tutto questo movimento e lavoro è stata Lei la Vergine, nôtre Dame de Lourdes. Nel senso che, quando si cerca il luogo, si imbastiscono pratiche, si aprono strade, è Lei "termine fisso" del nostro povero ma filiale "consiglio". Ed è protagonista anche nel senso che fu Lei a disporre che si erigesse questo Santuario. Senza esaltazione, senza cercare di dimostrare una tesi, narrerò le cose come avvennero.

È noto che il 6 aprile 1945 il complesso edilizio delle Stimate venne colpito da un bombardamento aereo, bombardamento che causò gravi danni anche ad altre zone della città. L’edificio delle Stimate rimase assai danneggiato, specialmente nella parte che si affaccia su via Montanari. Rimasero distrutti: la stanza del Bertoni, le scuole, il teatro e danneggiata irreparabilmente la ex chiesa di s. Teresa, trasformata in Santuario della Madonna di Lourdes. La statua dell’Immacolata di Ugo Zannoni che era posta in alto, in una nicchia sopra la grotta che chiudeva l’abside, cadde dolcemente in avanti sopra un cumulo di macerie e fu ricoperta da un lieve strato di polvere e intonaco. Non riportò alcun danno, e nelle sue mani giunte fu ritrovata la catenina d’oro che le avvolgeva.

Dal 6 aprile in poi nessun altro bombardamento aereo colpì Verona, e dopo una ventina di giorni la guerra era finita.

La statua – secondo l’affermazione di p. Fantozzi – pesava 36 quintali e non era agevole a trasportare. Comunque venne rimossa dalle macerie, trasportata nella chiesa delle Stimate e collocata sopra l’altare di s. Caterina. Ciò avvenne nel mese di febbraio 1946 (Bert. 1946, p. 101). Essa troneggiava, là in alto, sorretta da solida impalcatura, incorniciata da drappi bianchi e azzurri, onorata da freschi fiori e vasi, soprattutto invocata da chi portava in cuore e negli occhi gli orrori della recente guerra. Il giorno 11 febbraio, nota il cronista delle Stimate: "La bianca Immacolata salvatasi dalle rovine del suo bel Santuario, ospite regale della chiesa madre, riceve oggi omaggi tenerissimi dalle folle devote che vi accorrono da tutta la città. Alla novena e festa predica don Oldani, rettore dei Salesiani". "Il servizio liturgico venne prestato dai chierici di Cadellara, arrivati di fresco nella nuova sede, cioè il giorno 11 gennaio 1946". (cf Bert. 1946, p. 101 e 103).

La "bianca Signora" rimase nella chiesa delle Stimate per parecchi anni, meta di visite e pellegrinaggi da parte di gruppi e singoli fedeli, segno della devozione profonda e costante da parte del popolo di Verona. Le ricorrenze dell’8 dicembre e dell’11 febbraio erano celebrate con solennità, con l’intervento di predicatori affermati e di vescovi.

L’11 febbraio 1948 "presiede le varie funzioni il padre Generale (p. Martinis). Gran gente, attirata oltre che dalla devozione alla nostra Madonna, dall’eloquenza di padre Alessandro Grigolli". (Bert. 1948, p. 225).

Nel 1949 interviene mons. Chiot, nel 1951 troviamo mons. Rauzi, vescovo ausiliare di Trento, nel 1952 Mons. Allorio, vescovo di Pavia, nel 1954 mons. Pangrazio, vescovo ausiliare di Verona, nel ‘57 mons. Urbani, vescovo di Verona.

E così fino al 5 marzo 1964, giorno in cui venne trasportata nella "sua" nuova sede, sul colle di san Leonardo.

Riprendo ora la citazione delle note da me stese nel 1953.

"A questo punto la realizzazione del vasto progetto non parve semplice. Vincere le difficoltà interne ed esterne, ottenere la cessione del forte da parte del demanio, acquistare il terreno per la costruzione della Scuola Apostolica, aprire ex novo una strada che portasse fino al forte, ottenere dallo Stato la somma dovuta come risarcimento dei danni di guerra, interessarsi per la vendita del terreno della ss. Trinità, cercare il progettista dei due complessi e l’impresa edilizia che doveva costruirli".

In quel tempo – dopo un anno e mezzo passato a Cadellara (11.1.1946 - 24.9.1947) io dimoravo a Sezano, ritornato finalmente sede della Scuola Apostolica, (settembre 1947) e vi rimasi fino al 27 ottobre 1952. Non avevo esperienza di queste cose, ma un po’ di buona volontà e tanto entusiasmo. E la prospettiva di essere all’inizio della fine del "vagabondaggio" dei nostri studenti seminaristi, in vista di una sede stabile. Personalmente l’essere Consigliere provinciale – anche se pivellino – comportava un senso di autorità anche se non di autorevolezza, presso gli altri.