Quando incontri una persona piena di Dio, avverti un senso di gioia, di pace e di vitalità. Ti viene voglia di essere più buono, più coraggioso nel compiere il bene. Ti senti il desiderio di metterti al suo fianco e di fare qualcosa insieme, superando le usuali e meschine mediocrità.
Forse e per questo che i santi non sono mai soli, ma crescono a grappolo. Leggendo la vita di S. Gaspare Bertoni si rimane conquistati dalla sua figura. Don Gaspare e un uomo "riuscito".
Come un capolavoro. Lo Spirito Santo lo ha potuto plasmare come voleva, trovando in lui la docilità. La sua esistenza e stata un continuo "si" a Dio che gli aveva tracciato, in verità, un cammino tutto in salita.
Don Gaspare amava ripetere una frase che lo ha sempre guidato: "Che cosa farebbe di noi Dio se non gli ponessimo impedimenti e resistenze!"
Già probabilmente il segreto della "riuscita" e questo. La sua avventura umana si svolge in momenti di grandi cambiamenti storici e attraverso situazioni difficili e dolorose.
Don Gaspare vive intensamente il suo tempo; si immerge nel suo ambiente, si rimbocca le maniche e da il suo personale contributo al rinnovamento della Chiesa e della società. Il suo esempio diventa contagioso: centinaia di giovani lo seguono, numerose anime sante lo cercano come guida spirituale, sacerdoti e laici lo affiancano nella sua infaticabile e vasta azione apostolica.
Preghiera, attività senza riposo, veglie, digiuni, lunghi studi, catechesi e predicazioni... Visite agli ammalati negli ospedali, tra i carcerati, tra i seminaristi e con i preti, tra i giovani, negli oratori e nella scuola, confessioni, consigli...
E lui, con uno straccio di salute, sempre attento, sempre sereno, sempre sorridente.
È un uomo "riuscito" e tutti lo vogliono conoscere, vedere, incontrare e parlargli. Per questo Paolo VI l’ha proclamato beato nel 1975 e Giovanni Paolo II santo nel 1989.
Sarei felice se anche tu incontrassi San Gaspare Bertoni attraverso queste agili e avvincenti pagine, scritte con amore da P. Lidio Zaupa, e rimanere contagiato dalla sua santità, desiderare conoscerlo ancor più profondamente e lavorare come lui, insieme con noi Stimmatini, che continuiamo la sua opera nelle diocesi e nel mondo.
P. Bruno Facciotti
Nel pomeriggio del 9 ottobre 1777, a un centinaio di metri di distanza dalla parrocchia di S. Paolo in Campo Marzo, a Verona, alle sedici precise, in via di Sotto ( oggi via Nicola Mazza),la signora Bertoni dava alla luce un bimbo che sarebbe diventato importante per la città di Verona.
Nessuno allora l'avrebbe immaginato, anche se molti del parentado se lo auguravano, perché‚ era stato atteso con impazienza.
Mamma Brunora aveva già deciso che, se fosse stato maschio, il suo nome sarebbe stato Gaspare. Tra gli antenati, altri con questo nome si erano distinti per acume e per capacità di gestire il notevole patrimonio Bertoni. L'ultimo fu il nonno del nostro Gaspare.
Mamma Brunora veniva da Sirmione, sul lago di Garda, e si era portata assieme ad una dote considerevole, la sensibilità squisita e la dolcezza dei lineamenti tipici della gente del lago. La sua vita sarebbe stata segnata da una profonda sofferenza, ma seppe superare con una forza d'animo davvero esemplare prove e difficoltà di ogni genere. Il padre Francesco, notaio pure lui per continuare una tradizione secolare di famiglia, non era un uomo facile. Duro ed esigente, esercitò ben poco la professione perché preferiva occuparsi delle numerose campagne che la famiglia possedeva in provincia, ad Illasi e Caldiero. Non fu certo buon amministratore se nel 1781 lo zio don Giacomo e il fratello Antonio vollero dividere i beni prima di vederli dilapidati dall'incapacità di quest'uomo rude. Iniziava così il calvario di mamma Brunora che dovette seguire il marito, deciso a rompere con tutto il parentado e ritirarsi al Gombion di Caldiero, nella piccola proprietà toccata alla famiglia.
Il soggiorno in campagna durò un paio d'anni. Fu un periodo felice e sereno per il piccolo Gaspare che cresceva a contatto con l'ambiente austero e semplice della vita contadina e con una natura che pian piano imparava ad amare e rispettare. Non aveva possibilità di compagnia: l'atteggiamento del padre, spesso scontroso nei confronti dei dipendenti, costringeva anche Gaspare ad una vita di solitudine. Gli spazi però riuscivano a dare al suo cuore di fanciullo panorami infiniti e una ricchezza smisurata di colori: da quelli opachi e brulli dell'inverno, a quelli delicati e dolci della primavera; dall'estate calda ed afosa, all'autunno ricco di frutti e di raccolti.
Un avvenimento rallegrò il cuore di Gaspare più di ogni altro in questo periodo: il 18 marzo 1783 nacque Metilde, più che una sorella, per la tenerezza e l'amore che Gaspare avrebbe sempre dimostrato per questo fiore destinato ad essere precocemente trapiantato nel giardino di Dio.
Nella strana estate di quell'anno la famiglia Bertoni, superati alcuni contrasti con la parentela, rientrava in città: per il piccolo Gaspare era giunto il tempo della scuola... un "lusso" che non tutti si potevano permettere.
Le condizioni di vita della Verona di fine Settecento infatti non erano certo floride: se nelle case dei ricchi non mancava nulla, in quella dei poveri si mangiava polenta e si "tirava cinghia".
La maggior parte dei ragazzi cresceva per le strade, abbandonata a se stessa; si organizzava in piccoli gruppi che vivevano di espedienti o di accattonaggio. La scuola era un privilegio delle famiglie benestanti che potevano pagare un insegnante per garantire ai figli una cultura conveniente.
Al piccolo Gaspare non sfuggivano le immagini dei suoi coetanei con i calzoni rattoppati, la "rogna" pruriginosa e l'aspetto smunto. Una volta, al sarto di famiglia che gli stava confezionando un sofisticato modello alla moda, chiese, di nascosto dalla madre, un completo più semplice ed austero per non apparire troppo differente dai coetanei.
L'11 novembre 1786 segnò una tappa drammatica nella vita di Gaspare. Il vaiolo, che infestava Verona, non aveva riguardo per nessuno. Metilde, tenera creatura di poco più di tre anni e mezzo, venne colpita dalla tremenda epidemia e in breve tempo si spense. Nelle ultime settimane di malattia della sorella, per la paura del contagio, Gaspare fu tenuto lontano dalla famiglia. Quando vi rientrò, nessun svago o passatempo poteva colmare il vuoto lasciato dalle grida festose o dai bronci appena accennati di Metilde. Fu una dura prova per Gaspare, legato profondamente alla sorella perché aveva riempito la sua solitudine.
Un'altra vicenda familiare avrebbe di riflesso influito molto nella formazione del carattere: l'incapacità del padre di gestire il patrimonio familiare che si era notevolmente ingrandito con le eredità avute dagli zii paterni, il notaio Ignazio e il sacerdote don Giacomo, scomparsi nei primi mesi del 1787. La pesante situazione incise soprattutto sulla madre e che, dopo la morte della piccola Metilde, aveva perso il gusto della vita: il suo volto era spesso segnato dalla tristezza. Forse anche per questo Gaspare appariva un ragazzo timido e remissivo in talune circostanze. Ma bastava uno strumento musicale tra le mani o gli spazi infiniti della campagna del Gombion per vederlo nuovamente brillante e vivace. Non ebbe mai problemi nel suo "Curriculum" scolastico: tutti gli insegnanti parlano di lui come di un ragazzo buono e capace, particolarmente sensibile nel campo musicale.
Verso la fine del 1788 Gaspare ricevette la prima Comunione. La memoria di quell'incontro restò viva per tutta la vita, se è vero che vent'anni più tardi, già sacerdote, annotava nel suo "Memoriale privato": "Grandissima devozione e sentimento pari alla prima Comunione da fanciullo che non so più averlo provato dopo".
L'adolescenza di Gaspare fu più serena della fanciullezza. La vita del quartiere lo interessava molto, come la scuola d'altra parte. Dopo aver frequentato regolarmente le classi di "Grammatica" (le nostre medie e superiori), iniziò gli studi di "Umanità" alla soglia dei quindici anni. Dalle testimonianze di alcuni compagni, si scopre il giovane Gaspare molto diverso dal ragazzo timido degli anni della fanciullezza. La sua intelligenza e le sue capacità hanno fatto di lui un leader "allegro e faceto", come annota il compagno Don Giovanni Battista Conati. Sapeva tenere allegra la compagnia con mimi e imitazioni di personaggi importanti e conosciuti. La passione per la musica lo portava ad organizzare con i coetanei concertini vocali o strumentali, da lui diretti. S'era fatto un nome ormai e sapeva raggiungere gli amici anche al di fuori dell'ambito scolastico.
Quello che sorprendeva, tuttavia, era il suo strano interesse per il mondo della povera gente. Con chi lo seguiva (ed erano parecchi gi… a quel tempo) dopo il ritrovo allegro tra clavicembali e flauti, amava concludere la giornata presso la casa diroccata di un povero o al letto di un malato.
La profonda formazione spirituale che aveva ricevuto da padre Luigi Fortis (che diventerà in seguito il primo superiore generale della ricostituita Compagnia di Gesù) l'aveva innamorato dell'Eucaristia. Fin da adolescente non mancava mai la sua visita quotidiana in chiesa: era il mezzo più sicuro per deporre ai piedi del tabernacolo le sue gioie e le sue speranze e ritrovare la forza per superare le difficoltà tipiche dell'età adolescenziale.
Finiti gli studi di Umanità (il nostro liceo), per Gaspare si aprirono parecchie prospettive.
Il padre, nel frattempo, pur continuando a prestare servizio nella cancelleria del Podestà, si guadagnava sempre maggior stima anche nel Collegio dei Notai, tanto da essere eletto come uno dei cinque "Esaminatori". Le difficoltà familiari sembravano dunque superate e anche per Gaspare era giunto il tempo di prendere una decisione. L'attirava molto l'idea di una consacrazione religiosa e sacerdotale. Fu il parroco di San Paolo, don Francesco Girardi, che invitò decisamente il giovane diciottenne a fare un dono totale della sua vita al Signore. Gaspare vide nelle parole del parroco l'invito di Dio e non ebbe più esitazioni. Il 3 novembre 1795 iniziò a frequentare, come alunno esterno, i corsi di teologia in seminario.
La pace che Verona da lungo tempo gustava, era destinata in quegli anni a lasciare il posto alla violenza e alla guerra. Le idee rivoluzionarie della Francia giacobina erano giunte fin sulle sponde dell'Adige. Libertà, uguaglianza e fraternità erano sognate e desiderate da molti veronesi, costretti a vivere in situazioni drammatiche di povertà e di miseria. Ma il passo dalla rivendicazione alla violenza era breve, per cui anche a Verona scoppiarono tumulti e disordini. L'avanzata di Napoleone nell'Italia settentrionale non sembrava trovare ostacoli. Varcato l'Appennino ligure nel febbraio 1796, Bonaparte occupava la città scaligera nel giugno dello stesso anno. L'esercito francese lasciava alle proprie spalle morti e devastazioni di ogni genere. Verona stessa era profondamente divisa tra chi sosteneva il nuovo messia garante di libertà democratiche e l'antica Repubblica Veneta che tentava in ogni nodo di salvare istituzioni ormai anacronistiche. Nella lotta ideologica, chi ci rimetteva era la povera gente, anche perché i francesi non si erano resi per nulla simpatici alla maggior parte della popolazione. È ben facile immaginare cosa provocassero violenze e rapine perpetrate da un esercito intero.
Fu così che la città di Verona si ribellò ai nuovi "padroni". Il 17 aprile 1797, lunedì di Pasqua, mentre il chierico Gaspare (solo qualche mese prima aveva ricevuto l'abito ecclesiastico e la tonsura dal vescovo Avogadro) stava accompagnando all'organo di San Paolo la celebrazione del vespro, si udirono i primi tuoni di cannone. I francesi avevano deciso di bombardare la città. Le campane a martello chiamarono a raccolta uomini e giovani d'ogni ceto che, in gruppi più o meno consistenti, iniziarono la caccia ai francesi. La violenza non risparmiò nessuno in quelle celebri "Pasque veronesi". Alla fine si contarono i morti: più di cento francesi, ventisei i veronesi. La scintilla era stata provocata da una zuffa, nata in piazza dei Signori, tra alcuni soldati francesi e una pattuglia cittadina. La lotta fu di breve durata. Abbandonata a se stessa dalla Serenissima, Verona dovette cedere allo straniero che la occupava militarmente il 26 aprile. Tanto coraggio e tanto sangue non erano bastati per raggiungere una vera libertà.