TRA I FERITI DELL'OSPEDALE

In questo tempo di violenze, Gaspare aveva trovato modo di rendersi utile negli ospedali cittadini. Fu provvidenziale l'iniziativa di un prete veronese, don Pietro Leonardi, che attraverso un'istituzione da lui fondata, la "Evangelica Fratellanza" , garantiva gratuitamente l'assistenza agli infermi che si moltiplicavano di continuo. Uno dei primi membri fu don Carlo Steeb, tedesco di Tubinga, convertitosi dal luteranesimo qualche anno prima e consacrato sacerdote a Verona nel 1796. Accanto a queste due figure coraggiose della Chiesa veronese di fine Settecento il giovane Gaspare, con altri compagni del seminario, passava il tempo libero negli ospedali tra i feriti e gli ammalati. L'assistenza notturna gli venne richiesta più di una volta ed egli non si tirò mai indietro. Fu un periodo di grande generosità e di totale dedizione: una formazione umana e cristiana che, accanto agli insegnamenti della teologia, avrebbe prodotto una mente aperta a tutte le necessità della povera gente.

 

IN PREPARAZIONE

Durante il corso teologico, Gaspare fu impegnato, oltre che nello studio anche come catechista nella parrocchia di San Paolo. Gli vennero affidati i ragazzi che si preparavano alla prima confessione. Il suo parroco, don Francesco Girardi, ammirava il giovane chierico che non si limitava alle lezioni di catechismo ma amava, con il gruppo di ragazzi, progettare sempre nuove iniziative: un gioco assieme, una sosta ad un capitello con una breve preghiera, una visita con qualche dono ad un malato. La vocazione di "missionario dei fanciulli" era gi… chiaramente segnata.

Il Bertoni concluse il corso teologico a 22 anni. Era maturo ormai per la tappa fondamentale della sua vita. Il 9 marzo 1799 aveva ricevuto l'ordine del suddiaconato; un anno dopo, il 12 aprile, era ordinato diacono.

Le vicende familiari tornarono a turbare il giovane. Il padre, perso l'impiego in Comune quando ebbe termine la Cancelleria dei Rettori Veneti, si mostrava sempre più nervoso e, proprio nell'aprile 1800, i genitori decisero la separazione consensuale: un dramma che incise profondamente in Gaspare, anche se non ne volle mai parlare. Il 20 settembre, alla soglia dei 23 anni, dopo aver ricevuto la dispensa da Venezia, don Gaspare veniva consacrato sacerdote.

 

CITTÀ DI FRONTIERA

Non si poteva certo dire che la Chiesa veronese fosse carente di vocazioni a quel tempo. Solo nella parrocchia di San Paolo, che contava poco più di duemilacinquecento fedeli, operavano una dozzina di preti oltre ai numerosi religiosi. Il numero però non sempre fa la qualità di una pastorale.

La maggior parte del clero era impegnata nell'insegnamento privato presso le famiglie dei nobili o dei borghesi. Don Gaspare fu assegnato come cooperatore alla parrocchia natale. Le tensioni politiche erano ancora vive. L'esercito napoleonico aveva posto i suoi accampamenti appena fuori Verona.

Il trattato di Campoformido del 17 ottobre aveva sigillato la "vendita" del Veneto all'Austria. La città fu occupata dagli austriaci fin dal gennaio del 1798, quando le autorità cittadine presentarono in un bacino d'argento le chiavi al nuovo proconsole imperiale.

La tregua era solo fittizia perché le scaramucce tra i due eserciti, austriaco e francese, erano continue e numerose le battaglie per avere il sopravvento su Verona. Don Gaspare, che si prese cura particolarmente del mondo giovanile della parrocchia, si trovò di fronte una realtà drammatica. Le continue devastazioni degli eserciti avevano ridotto in miseria la maggior parte della popolazione. Le promesse di libertà, di uguaglianza, di benessere che giungevano di volta in volta dalle diverse sponde, erano puntualmente smentite da una situazione di malessere materiale e morale cui la gente era costretta. Di questo soffriva soprattutto il mondo dei giovani: la mancanza di scuole e la chiusura di ogni attività artigianale o commerciale aveva provocato disoccupazione e disagi di ogni genere: l'accattonaggio era diventato comune a molti, anche in giovanissima età: i piccoli furtarelli non si contavano più. C'erano bande di ragazzi e ragazze che scorazzavano per la città incutendo paura. Fu un dramma che sconvolse don Gaspare. Non si chiese cosa poteva fare, ma iniziò subito ad interessarsi dei giovani. Bastava una tettoia o un angolo di strada per la sua voglia di bene. Non furono grandi iniziative all'inizio: molta attenzione e disponibilità, una grande capacità di capire e dialogare, piccoli gesti di solidarietà.

A questo punto si vedono chiaramente tracciate le linee portanti dell'opera futura del Bertoni, anche se il "santo" a quel tempo non ne era ancora cosciente.

 

MISSIONARIO DEI FANCIULLI

Le disavventure per Verona non erano finite. Dopo un nuovo sopravvento dei francesi, la città fu divisa in due con il trattato di Luneville (9 febbraio 1801). l'Adige (che attraversa tutta la città da nord a sud con le pigre insenature che da Castelvecchio si distendono verso ponte Pietra) ne diveniva il naturale confine. Ai francesi spettava il centro storico ( circa 36.000 abitanti ); agli austriaci la riva sinistra, con tutti i castelli (poco meno di 20.000 abitanti: da qui il nome di Veronetta).

In questa strana situazione, che non sembrava trovare sbocchi immediati, don Gaspare vide un segno della Provvidenza nelle parole che un giorno il parroco, don Girardi, gli rivolse con tono deciso:" Oh, il mio don Gaspare – disse - mi avete l'aria di missionario!". "Anche", rispose il giovane cooperatore.

"Ma intendiamoci bene: missionario dei fanciulli". "Ed io farò il missionario dei fanciulli".

I primi ragazzi che cominciò a seguire (una decina, dai 12 ai 15 anni) erano quasi tutti analfabeti e già avviati come apprendisti di qualche mestiere. I primi locali che ebbe a disposizione furono l'archivio parrocchiale all'inizio e la biblioteca in seguito. Il giovane prete, entusiasta della nuova missione, inventava iniziative a getto continuo: buone letture per tenere uniti i ragazzi, salde esortazioni spirituali, momenti di intrattenimento e di gioco. Nasceva così a Verona il primo oratorio. Gli inizi non furono facili, anche se l'entusiasmo era tanto. Il baccano e il vociare dei ragazzi avevano messo a dura prova la pazienza della sorella del parroco e della perpetua. Col pretesto di urgenti restauri, il piccolo drappello dovette trovare un'altra sistemazione.

Accanto alla chiesa c'era una tettoia: poteva bastare per i primi tempi. Fu per questo che alla domenica, dopo la messa e la dottrina, preferiva portare il gruppo dei ragazzi a casa sua. Fino a sera restavano tutti insieme in sana allegria. Era soprattutto il gioco del Domino, molto in voga allora, che li teneva uniti. Ma ancor più era la carica umana e la sete di bene che guidava il giovane prete a condividere i momenti più belli con questi ragazzi. E non mancavano le occasioni per indirizzarli al bene: "Ah, se conoscessimo un poco solo chi è Dio!" amava ripetere. E concludeva: "Amiamo Dio, amiamo Dio".

 

ALL'ORATORIO

Man mano che l'opera cresceva gli spazi non bastavano più perché il gruppo si era ingrandito. Anzi: erano tre ora i gruppi che don Gaspare seguiva, divisi secondo l'età. Poiché in canonica il posto non c'era, il Bertoni pensò bene di chiedere alle Suore Terziarie Minime di San Francesco di Paola, in via di Sotto, poco lontano dalla sua casa, un ambiente per accogliere i ragazzi. Così li poteva seguire tutti: i più piccoli in un locale attiguo alla sagrestia delle Terziarie Minime, i più grandicelli nella sagrestia e i giovani in chiesa. In breve tempo solo i giovani divennero più di quattrocento! L'impegno si faceva ogni giorno più gravoso per cui fu costretto a chiedere aiuto. Giunsero due chierici veramente capaci: Matteo Farinati e Gaetano Allegri. Con alcuni laici più preparati furono superate tutte le difficoltà. Lo scopo degli Oratori non era semplicemente quello di partecipare alla celebrazione della messa alla domenica mattina o al catechismo nel pomeriggio per santificare la festa, ma anche quello di intrattenere i giovani per tutto il giorno con canti e giochi. La spianata in Campo Marzo o Campo Fiore era quello che serviva al Bertoni: a pochi passi dalla parrocchiale, uno spazio vastissimo, che poteva contenere centinaia di ragazzi. Dopo il catechismo, sul far della sera, egli era lì, con tutti i suoi giovani, a correre e impolverarsi, pieno di entusiasmo per quel Regno di Dio che vedeva crescere attraverso fatiche e imprevisti di ogni genere. L'interesse non finiva alla domenica sera. Tutti gli iscritti all'Oratorio dovevano distinguersi per impegno e costanza, sia che frequentassero la scuola, sia che fossero avviati alle "arti e mestieri. Don Gaspare non accettava fannulloni. Per questo si adoperava lungo la settimana per trovare impiego a tutti i disoccupati e non si dava pace finché non li vedeva sistemati. L'ozio non aveva mai prodotto nulla di buono e lui lo sapeva bene. I frutti si notarono subito. Le famiglie non erano contente finché i loro figli non erano iscritti all'Oratorio. Gli artigiani, quando sentivano che un giovane era raccomandato da don Gaspare, erano ben felici di accoglierlo nella loro bottega.

 

IMPEGNI DELL'ORATORIO

Le iniziative si moltiplicavano. Accadeva spesso, ad esempio, che venisse allestita una specie di "mostra delle arti e dei mestieri". Così chi lavorava dal sarto doveva presentare un nuovo modello di vestito, chi era impiegato dal fabbro una nuova serratura, chi dal calzolaio un paio di scarpe, chi da un pittore un quadro. I vincitori, ed erano sempre tanti perché la varietà delle creazioni era multiforme) venivano salutati da un vivace battimani tra cori di "bravo" ed "evviva" degli oratoriani. Le "opere d'arte" venivano poi esposte in un luogo adatto perché potessero essere da tutti ammirate e lodate. Per don Gaspare l'obiettivo ultimo era quello di portare i giovani alla frequenza dei sacramenti. L'incontro con Dio era il motivo di tutto il suo lavorare. Così non mancava mai, alla fine dei giochi, una visita in chiesa a Gesù Eucaristia: qui si ritrovava la forza per vivere sereni.

Alla messa domenicale e al catechismo nessuno doveva mancare: erano impegni che diventarono categorici, nei giorni di festa, per tutti gli iscritti. Anche sulla purezza in tutte le età e per tutti si insisteva di continuo.

"Attraverso la purezza - diceva - nel cuore dell'uomo si edifica il tempio vivo dello Spirito Santo; anzi, il corpo stesso diventa strumento della gloria di Dio e più ancora sua dimora".

 

"COORTE MARIANA"

L'Oratorio di S. Paolo divenne famoso in tutta la città. I pastori più zelanti si interessarono per sapere se l'esperienza poteva esser diffusa. Il lavoro era destinato a crescere enormemente. Nacquero in breve gli Oratori di S. Stefano, dei Santi Nazaro e Celso, di S. Anastasia e di S. Giorgio. C'era un gruppo speciale di giovani, gli "Aggregati", che accompagnavano don Gaspare in queste spedizioni. Il Bertoni provvide al coordinamento istituendo una struttura particolare che chiamò "Coorte Mariana" per la particolare protezione che aveva chiesto a Maria per i suoi giovani.

Era un'idea che precorreva i tempi, assunta nel nostro secolo dal movimento dell'Azione Cattolica. La Coorte Mariana, infatti, era divisa in Seniores, in Juniores, Alunni e Fanciulli che corrispondono ai Seniores, Juniores, Maggiori e Minori dell'Azione Cattolica di oggi.

Sono parecchi altre le analogie che qui non approfondiamo. Ma l'intento era lo stesso: rendere sempre più cristiani quei settori della società, soprattutto nell'ambiente giovanile, che potevano essere facile preda della mentalità distorta di un certo mondo di allora che professava non la libertà ma il libertinaggio, non l'uguaglianza ma l'egualitarismo.

 

GLI "AGGREGATI"

L'impegno divenne ancora più faticoso quando cominciarono ad arrivare richieste di fondazione di Oratori fuori città. Il Bertoni non si scompose. Gli "Aggregati" erano sempre disponibili; partivano divisi in " decurie "(che non volevano superare le dieci unità per favorire il senso di appartenenza) per giungere sul far della sera, a destinazione. In prossimità del paese, le varie "decurie" si ricomponevano per l'ingresso nell'abitato al canto degli inni della Coorte Mariana. L'accoglienza era sempre frugale a base di polenta e fagioli, qualche canto e gli ultimi ritocchi al cerimoniale previsto per l'avvio del nuovo Oratorio, precedevano le poche ore di sonno che i giovani si concedevano su un po' di paglia.

Don Gaspare non mancava mai a queste spedizioni. Non solo perché credeva fortemente nell'efficacia del "contatto tra i simili" per cui i giovani "Aggregati" diventavano invito e modello possibile per i nuovi giovani che accostavano, ma perché accompagnava con la sua preghiera la buona riuscita di ogni spedizione. Rubava in queste occasioni molte ore al sonno per vegliare nella preghiera e affidare alla protezione dei santi in Paradiso le sue "decurie".

Il cerimoniale del giorno dopo si apriva con una solenne processione cui partecipavano i giovani oratoriani assieme ai giovani del luogo: era quasi una marcia di sapore militare che nascondeva dietro le apparenti movenze da soldati una volontà ferma di professare la propria fede pubblicamente.

Giunti in chiesa dopo aver percorso tutte le vie principali del paese, i giovani oratoriani si inginocchiavano sul nudo pavimento e continuavano i loro canti e le loro preghiere: la pietà popolare semplice e schietta della gente di campagna non faceva fatica ad accogliere il nuovo movimento. Il momento più solenne giungeva quando don Gaspare prendeva la parola dal pulpito: erano appassionati appelli a seguire la strada che Cristo aveva tracciato, inviti insistenti a mettersi sotto la protezione di Maria.

Per don Gaspare non esistevano le mezze misure: un giovane che si era dato a Dio, lo doveva rivelare chiaramente con la sua vita. L'aggregazione all'oratorio diventava un mezzo potente per non sentirsi soli. Sarà una caratteristica costante del Bertoni quella di camminare nella fede sempre in compagnia: da giovani prete con i giovani, nell'età matura in una comunità religiosa.

 

IN CARCERE

C'è un'altra attenzione che non va dimenticata nel giovane cooperatore di San Paolo: è quella per i carcerati rinchiusi allora nel vicino convento di santa Maria della Vittoria dei Gerolamini. Anche a quel tempo le carceri erano sovraffollate. Detenuti politici, delinquenti comuni, minorenni deviati: era un'umanità disparata che messa insieme non faceva altro che moltiplicare disagi e violenze di ogni genere. Don Bertoni era familiare tra i carcerati: le sue visite erano attese e sperate. Il suo biografo ricorda che "nelle carceri visitava e confortava il traviato e, con la dolcezza dell'esortazione e dell'istruzione, lo invitava non solo a sopportare con pazienza il castigo meritato, ma a ringraziare il Signore perché, nella sua sapienza e carità, si era servito di quel mezzo per ricondurlo sul retto sentiero, ridonando una libertà migliore, quella della grazia di Dio".