ALLE STIMATE

Il 4 novembre 1816, don Gaspare Bertoni entrava alle Stimate. I locali, con la chiesa annessa, erano stati acquistati tre anni prima dal signor Giuseppe Bellotti, mugnaio. Appartenevano al Demanio che li aveva requisiti alla "Confraternita delle Stimate di San Francesco" dopo la soppressione di tutte le istituzioni cattoliche nel 1808. Il buon mugnaio aveva avviato una scuola per i ragazzi poveri della città nel 1815, ma una grave malattia lo stroncò in poco tempo: il 27 luglio del 1816, dopo aver nominato don Nicola Galvani legatario dei locali delle Terese, delle Stimate e dei Derelitti, si spense a soli 31 anni di età.

Il 17 agosto di quell'anno, il Bertoni comunicava con una lettera la sua gioia a Leopoldina Naudet perché l'arciprete Galvani gli " aveva offerto le Stimate per dare vita ad una congregazione di preti che vivano sotto le regole di Sant'Ignazio". Contemporaneamente, erano state offerte le Terese alla Naudet che dava inizio alla prima comunità il 9 novembre. L'attesa paziente del Bertoni e della Naudet era finita: fiorivano a Verona due nuove istituzioni destinate ad operare un gran bene per tutta la Chiesa.

Con il Bertoni entravano alle Stimate, in quel freddo 4 novembre, anche don Giovanni Maria Marani, suo vecchio allievo, e il tornitore Paolo Zanoli, appena ventitreenne, di San Fermo. Un mese più tardi si aggiungerà al piccolo drappello anche don Michele Gramego che con il suo spirito gioviale sarà la "delizia della nascente congregazione". Il 1 gennaio sarà la volta di don Matteo Farinati, piuttosto taciturno, ma uomo tuttofare.

 

INIZI DI AUSTERITÀ

Gli inizi furono duri. La chiesa e i locali annessi avevano bisogno di immediati restauri perché per anni, dopo la soppressione della " Confraternita delle Stimate ", quegli ambienti erano rimasti chiusi ed abbandonati. La piccola comunità prese alloggio nella casa del custode, dietro la chiesa, nel vicolo Stimate: un ingresso a volto con pozzo e cantina, una cucina con un ampio focolare al piano terreno e due camere al piano superiore. A questi disagi si aggiunsero il freddo pungente, che in quell'anno si fece sentire molto presto con ghiaccio e neve, e una tremenda carestia che aveva colpito Verona. L'austerità che contraddistinse la comunità agli inizi non fu temporanea: il Bertoni la volle come distintivo per tutta la vita. D'altra parte, era la prima comunità che nasceva a Verona "secondo lo stile dei religiosi" dopo la soppressione napoleonica di tutti gli ordini.

Anche i nuovi "padroni", i cattolicissimi austriaci, non vedevano di buon occhio le istituzioni religiose. Tuttavia la nuova comunità si giustificava per l'opera sociale in cui era impegnata: una scuola per i ragazzi poveri della città.

I primi giorni servirono per sistemare in qualche modo gli ambienti e raccogliere le iscrizioni. Dopo nove giorni, il 13 novembre, si apriva ufficialmente la scuola "Alle Stimate": 48 alunni, divisi in due classi: una elementare, affidata a don Marani e sistemata nel coro della chiesa, e una classe di "latino" che don Gaspare guidava nella sagrestia. Quei ragazzi, cui egli aveva donato gli anni più belli della sua freschezza sacerdotale negli Oratori Mariani, ora li ritrovava scolari di "grammatica" in una sagrestia diroccata. Non aveva perso il gusto della loro compagnia, delle risate spontanee e chiassose, degli scherzi arguti e delle battute pronte. Quello che gli stava a cuore era la formazione umana e cristiana di quei ragazzi, pronti ad affrontare la vita da uomini di fede, disposti anche, se chiamati, a seguire Dio più da vicino. Di questo primo esiguo gruppo, due sarebbero diventati in seguito sacerdoti.

 

RESTAURI

Nel marzo del 1817, don Luigi Dalla Rizza, che occupava la casa annessa alla chiesa delle Stimate, trovò un'altra sistemazione. Si resero così disponibili alcuni locali, indispensabili ormai per la vita della comunità che andava crescendo: due piccole camere, una cucina e una sala da ritrovo, detta del Capitolo.

Nella primavera di quell'anno furono sistemate le vetrate della chiesa e si iniziarono i lavori del tetto. Il restauro procedeva lento, anche se , nei momenti liberi, i padri si prestavano come manovali per accelerare i tempi.

Il secondo anno le Stimate iniziarono con ottanta alunni. Il lavoro cresceva e la Provvidenza aveva inviato, nell'ottobre del 1817, un altro prete alla nascente comunità, don Gaetano Brugnoli, architetto, che si rivelerà preziosissimo per la ristrutturazione dei poveri locali.

 

LE "VISITE" DI DIO

Frequenti attacchi di febbre costringevano don Gaspare a letto per periodi anche prolungati. L'abbandono alla volontà di Dio si manifestò in lui soprattutto durante la malattia. Non si ribellò mai, non imprecò mai per questi contrattempi; li vedeva anzi come una prova amorosa di Dio che veniva a visitarlo: Non fu il solo della comunità ad essere provato. Nell'ottobre del 1818 si era aggiunto al piccolo drappello il figlio prediletto del Bertoni, don Luigi Bragato, che nel giugno successivo dovette rientrare in famiglia per malattia. Anche don Matteo Farinati, inviato ad assistere i malati di tifo, fu colpito da tremendo morbo.

Ritornò al paese natio, Alcenago, sulle ridenti colline della Valpantena, in un estremo tentativo di cura. Fu tutto vano. Il 17 settembre del 1820 si spegneva serenamente il primo martire della carità della piccola comunità.

 

DIETRO UNA CARRIOLA

Nonostante queste prove l'attività apostolica dei "preti delle Stimate" non conosceva soste. Oltre che nella scuola, che contava oltre un'ottantina di iscritti, i preti erano impegnati nel ministero della predicazione e delle confessioni nella parrocchia di S. Fermo. Intanto, dietro segnalazione del Canonico Pacetti, don Gaspare fu insignito dalla Santa Sede del titolo di "Missionario apostolico": un segno che indicava la strada da percorrere alla nascente Congregazione.

La chiesa delle Stimate era stata rimessa a posto e aperta al pubblico. L'impegno, anche manuale, non aveva risparmiato nessuno, dietro l'esperta direzione dell'architetto don Gaetano Brugnoli. Lo stesso don Gaspare, nel ricordo di un testimone oculare, fu visto spesso "con la carriola in mano a far da manovale".

La pala dell'altare maggiore era un prezioso dipinto di un autore ignoto e raffigurava lo sposalizio di Maria e Giuseppe. Il Bertoni affidò l'opera nascente alla loro protezione e li indicò ai suoi figli come modelli e patroni.

 

IL POVERELLO DELLE STIMATE

Il 14 marzo del 1822 era entrato alle Stimate don Francesco dei Conti Cartolari. Abbandonate le ricchezze e le comodità della nobile famiglia veronese di cui, come primogenito, era diventato un anno prima amministratore, scelse la povertà delle Stimate, affascinato dallo stile di vita del Bertoni. Dotato di notevoli capacità, preferiva sempre gli uffici umili, ripetendo: "Questo è il mio panetto!"

Il regime austero di vita non cambiò con il nuovo arrivato. Fratel Zanoli continuò a preparare le sue "squisite" pietanze vegetariane. E don Francesco gustava quel cibo sempre troppo scarso con un senso di gratitudine per chi glielo offriva. Per confonderlo bastava ricordargli la nobiltà dei suoi natali. Il "poverello delle Stimate" sapeva godere di fronte a tutte le privazioni, perché qui "aveva trovato il tesoro nascosto nel campo".

 

PASSIONE PER I GIOVANI

Il 25 luglio del 1824 entrava don Modesto Cainer. Gli ambienti dell'opera, dopo l'apertura della chiesa al pubblico, erano diventati del tutto insufficienti anche perché, nel 1823, le scuole erano giunte a formare un ginnasio completo con circa cento e trenta alunni. Fu allora che l'architetto Brugnoli progettò la costruzione di una parte del convento per l'abitazione dei padri: gli scolari avrebbero così potuto disporre di aule e di spazi più ampi per tutte le loro attività. La passione per i giovani moltiplicava le iniziative di don Gaspare che decise di istituire, dietro l'invito del parroco, anche alle Stimate un Oratorio mariano. Divenne per gli altri Oratori della diocesi un punto di riferimento costante: ogni domenica mattina, alla messa seguivano il catechismo e altre pratiche di pietà.

Nel pomeriggio si trasformava in ricreatorio: qui allora confluivano da tutta la città i ragazzi che trovavano ampi spazi per i loro giochi nei prati davanti alla chiesetta delle Stimate. In mezzo a loro c'erano sempre i preti di don Gaspare per animare un gioco, frenare una lite, guidare alla fine le "decurie" alla ritirata per chiudere la giornata in chiesa, con il canto degli inni sacri dell'oratorio.

 

GIOIA D'ESSERE POVERI

Don Gaspare era particolarmente attento alla sua comunità. Con la parola, ma soprattutto con una vita austera e povera, aveva dato l'impronta di un'esperienza tipicamente "religiosa". Eppure non mancano momenti di gioia e di allegria tra i preti delle Stimate, anche se lo stile di vita ‚ rigido e severo. Don Gaspare vuole i suoi figli "monaci in casa e apostoli fuori", uomini di preghiera e di studio perché siano preparati ai vari tipi di apostolato cui sono chiamati. Il luogo stesso delle Stimate, poco fuori le mura, ma lontano dai rumori e dalle distrazioni mondane della città, si prestava ad una vita di intenso raccoglimento e di silenzio. Al mattino il convento, che andava prendendo un volto sempre più preciso, era invaso dalle grida festose degli alunni; ma nel pomeriggio diventava deserto. Non c'erano per i preti della nascente Congregazione delle regole scritte. Erano sufficienti i cenni di vita del loro Padre per guidare i primi passi verso la perfezione. Nelle memorie della comunità di allora si legge: "A mensa, dopo un po' di minestra condita con lardo, c'era un pezzetto di formaggio simile, per forma e quantità, ad un dado comune. Il padre Gramego, con aria faceta, scuotendo nel cavo della mano come se giocasse ai dadi, lo gettava sulla tavola dicendo: "due! sei!" spargendo il condimento di una innocente ilarità su quella mensa davvero poco ridente".

 

SENZA UN LAMENTO

Il 1824 segnò un'altra tappa dolorosa nella vita di don Gaspare. La gamba destra si gonfiò rapidamente e all'altezza della tibia, comparve un piccolo tumore che si estese progressivamente fino al ginocchio. Il medico, lo zio Giuseppe Ravelli, tentò all'inizio la cura con impacchi, ma senza beneficio. Si decise per l'intervento chirurgico. Fu chiamato il celebre dottor Luigi Manzoni che tentò di sconfiggere il male. I risultati furono disastrosi anche per le terribili sofferenze a cui era costretto il paziente.

È da ricordare che a quel tempo non esistevano anestesie di alcun genere: si incideva nella carne viva finché il paziente era in grado di sopportare il male. Don Gaspare affrontò questa prova con una serenità e con una forza d'animo incredibile. Non usciva mai un lamento dalle sue labbra, ma solo qualche invocazione o una preghiera. Ci fu una sola occasione in cui si videro le lacrime rigare il suo volto: il chirurgo, per togliere la carie dall'osso, aveva forato il femore. Gli interventi, che si ripeterono a intervalli sempre più frequenti, lo lasciavano in uno stato di debolezza estrema.

La scuola a cui Dio l'aveva chiamato, quella della sofferenza, non fu mai vista come una condanna, ma come una croce preziosa che avrebbe maturato nel tempo frutti abbondanti di bene.

A lunghi periodi di immobilità assoluta si alternavano momenti in cui poteva parzialmente riprendere la sua attività, anche se ridotta. Ma il male non lo lasciava.

"Sono tornato fermo in letto"- scriveva nel maggio del 1826 alla Naudet - "sia benedetto Iddio! Egli mi vuole ferito, non morto, perché io possa servirlo e fare quella penitenza che mi è necessaria".