ALL'ALTARE DEL CROCIFISSO

Alle Stimate era diventata tradizionale la celebrazione della Passione ad ogni venerdì. Dopo il canto di alcune antifone, don Gaspare veniva portato nel suo seggiolone all'altare del Crocifisso per la meditazione che durava circa mezz'ora. Seguiva poi l'adorazione delle cinque Piaghe con alcune preghiere appropriate. Chi meglio di quell'uomo "piagato" e sofferente poteva addentrarsi nella contemplazione del mistero della croce? Sarà questo un altro tipico filone della sua spiritualità, che il Bertoni vorrà trasmettere ai suoi figli.

La malattia non sembrava più abbandonarlo. Nel maggio 1827 scriveva: "Il Signore mi trattiene sotto i ferri e i coltelli. Sia benedetto ! Mi basta che egli sia servito".

Verso la fine di quell'anno sembrava che ogni speranza fosse perduta. Tutta la città di Verona fu mobilitata per chiedere la grazia. E la grazia arrivò. Nel febbraio del 1828 don Gaspare iniziò ad uscire dal letto. Dopo undici mesi poteva tornare a celebrare la santa Messa. La convalescenza fu lunga.

Durante tutto quell'anno fu costretto più volte a letto ma alla fine, anche se la salute continuò ad essere sempre malferma, poté tornare ad una vita normale.

 

IL NUOVO VESCOVO

L'11 agosto del 1827 si spegneva dopo un ministero pastorale appassionato ed instancabile Mons. Innocenzo Liruti. Aveva guidato la diocesi di Verona per quasi vent'anni ed aveva avuto il grande merito, grazie alla sua tenacia, di rinnovare profondamente l'istituzione del seminario e di operare un gran bene tra i suoi sacerdoti.

Il suo successore, mons. Giuseppe Grasser, tirolese di Bressanone, entrava in città quasi due anni dopo, il 25 marzo del 1829. Le prevenzioni, anche tra il clero, non furono poche. Oltre al governo civile e militare dell'Austria, ora si aggiungeva anche quello ecclesiastico. Il nuovo Vescovo si rivelò ben presto pastore capace e preparato. In quella primavera il corso di Esercizi Spirituali al clero fu tenuto da don Gaspare. Il nuovo Vescovo volle essere presente alla chiusura e fu in quell'occasione che incontrò (per la prima volta) l'umile prete delle Stimate. Nacque più che un'intesa tra i due uomini di Dio. L'ammirazione di Mons. Grasser per il Bertoni e la sua opera era talmente grande che un giorno esclamò: "Non mi farei alcuna meraviglia se, sopravvissuto al mio don Gaspare, lo vedessi proclamato santo dalla Chiesa e destinato agli onori degli altari".

Fratel Paolo Zanoli fu fedele testimone delle frequenti visite del Vescovo al Bertoni alla ricerca di consigli : "Veniva in carrozza verso le quattro del pomeriggio e si faceva condurre in episcopio alle otto".

 

CON NICOLA MAZZA

Abbiamo già ricordato le insigni figure di Maddalena di Canossa, Carlo Steeb, Pietro Leonardi, Leopoldina Naudet, le cui opere ancora oggi continuano in tutto il mondo a rendere operosa la carità di Cristo. Tutti, in un modo o nell'altro, erano entrati nella vita del Bertoni.

Ma la Chiesa veronese doveva ancora esprimere altre figure di grandi uomini di Dio. Don Gaspare era direttore spirituale di don Nicola Mazza da vent'anni quando, nel 1829, questi diede inizio alla sua opera ospitando in una camera presa in affitto alcune ragazze povere e affidandole ad una buona signora che facesse loro da madre.

Ma la Chiesa veronese doveva ancora esprimere altre figure di grandi uomini di Dio. Don Gaspare era direttore spirituale di don Nicola Mazza da vent'anni quando, nel 1829, questi diede inizio alla sua opera ospitando in una camera presa in affitto alcune ragazze povere e affidandole ad una buona signora che facesse loro da madre.

Quando il numero delle ospiti andò aumentando rapidamente, il Mazza volle chiedere consiglio al suo direttore spirituale che lo incoraggiò a riceverle e a non porre limiti alla Provvidenza. In pochi anni il Mazza sistemò in alcune famiglie più di centoquaranta ragazze che erano in stato di abbandono. Un giorno si presentò un caso particolare all'intraprendente sacerdote veronese. Don Nicola Olivieri, un santo sacerdote di Genova, aveva riscattato dalla schiavitù alcune ragazze nere e, non sapendo a chi ricorrere, si affidò al Mazza. Costui era deciso a rifiutarle, ma il parere di don Gaspare fu diverso.

"Ma cosa farò con queste schiave nere quando saranno adulte?" obiettò don Mazza. "Dove potrò mandarle se non vorranno rimanere nell'Istituto?" "Vedrai che Dio provvederà senza dubbio", fu la risposta di don Bertoni. Stava prendendo corpo un'opera che qualche decennio più tardi il grande Comboni avrebbe portato a termine: l'Istituto per le missioni africane.

 

IL ROSMINI E LA CAMPOSTRINI

Qualche anno prima anche Antonio Rosmini, di Rovereto, era venuto in visita al Bertoni per chiedere consiglio circa la fondazione dei suoi "Sacerdoti della carità". Il suggerimento era venuto da Maddalena di Canossa che aveva indirizzato l'insigne filosofo all'umile prete delle Stimate perché coltivava in cuor suo il sogno di veder nascere, accanto alle "Figlie della Carità", il ramo maschile. Il Bertoni lo incoraggiò, prima a voce e poi per iscritto e continuò anche in seguito a sostenere e pregare per l'opera che lentamente si andava configurando. Quanta stima il Rosmini nutrisse per il Bertoni lo testimonia una lettera al fratello dove dice: "Tengo don Bertoni per un uomo santo ".

A Verona anche Teodora Campostrini aveva avviato l'opera delle "Sorelle Minime della carità di Maria Addolorata" dopo un anno trascorso fra le Visitandine di Salò e un periodo più lungo al Ritiro Canossa. Il Bertoni, come consigliere, le garantì sempre la necessaria assistenza "nel dar ordine e forma religiosa al nascente istituto e nel redigere e perfezionare le sue regole".

 
COMUNITÀ IN CRESCITA

La comunità delle Stimate intanto si andava ingrossando. L'11 novembre del 1829, dopo poche settimane dalla sua ordinazione sacerdotale, vi entrava don Francesco Benciolini, giovane prete pieno di entusiasmo e di amabilità. Il 2 settembre dell'anno successivo era la volta di don Innocente Venturini che sarebbe diventato impareggiabile catechista del popolo, specialmente in lingua dialettale. Il 27 marzo del 1831 entrava nel silenzio delle Stimate don Vincenzo Raimondi, professore di teologia, suscitando meraviglia e ammirazione in tutta Verona. Facevano parte della comunità anche due chierici, Carlo Fedelini e Luigi Biadego che, conclusi i corsi di teologia, proseguirono la loro formazione scientifica che l'avrebbero continuato anche dopo l'ordinazione sacerdotale. Il Bertoni non aveva nessuna fretta di ordinarli preti; attuava così quel proposito che poi codificherà nelle costituzioni: "In questa Congregazione che ha per fine non solo il contemplare per sé ma anche l'insegnare agli altri le verità contemplate, è necessaria una scienza non ordinaria ma perfetta di tutto ciò che si riferisce alla Fede e alla Morale; e quindi è pur necessario che i religiosi chierici di questo istituto si applichino ad acquistare perfettamente una tale scienza" (Costituzione n. 49).

E ancora: "In ogni singolo ramo del sapere vi sia qualcuno che si applichi con studio particolare per più lungo tempo e con maggior diligenza, essendo ciò di somma utilità per i vari servizi da prestare alla Chiesa secondo le diversità dei tempi e delle circostanze" (Cost. 57).

Il 22 aprile del 1834 il padre Gramego segnala il ventesimo ingresso alle Stimate. E' un giovane di 17 anni, Giovanni Battista Lenotti, che il Bertoni accolse "con tutta l'espansione del suo cuore fraterno". Qualche mese dopo, il 29 luglio, era la volta di un altro studente, Luigi Ferrari. "Questo colombino cosa farà? Vedremo se scamperemo" annota ancora il cronista don Gramego.

 

"ACCOGLIENZA AMOREVOLE"

Lo stile di vita della comunità continuava ad essere sobrio ed essenziale. Il Bertoni, costretto talvolta a letto a causa della malattia che ogni tanto tornava a farsi sentire, aveva a cuore soprattutto la concordia e la fraternità dei suoi figli.

Basta per tutte la testimonianza del veneziano don Marcantonio Cavanis (fondatore col fratello don Antoniangelo dei "Chierici secolari delle scuole di carità") che faceva spesso visita al Bertoni: "La comunità degli esemplarissimi religiosi delle Stimate diretti dal padre Bertoni ci ha fatto per sua bontà un'accoglienza amorevolissima ed è tutta impegnata a pregare per noi".

Delle numerose esortazioni che familiarmente don Gaspare teneva ai suoi preti, abbiamo traccia nelle memorie scritte di don Benciolini che in dialetto annota: "El sior don Gasparo el n'ha esortado a no tacarne ale consolazioni presenti nemmeno de cose spirituali, ma ala beatitudine eterna, ed a tegner el cor fiso in cielo. Così gavaremo: 1. più libertà di spirito; 2. più meriti; 3. più opere buone; 4. daremo più bon esempio" (Il signor don Gaspare ci ha esortato a non attaccarci alle consolazioni presenti, nemmeno delle cose spirituali, ma alla beatitudine eterna, e a tenere il cuore fisso in cielo. Così avremo: 1. più libertà di spirito; 2. più meriti; 3: più opere buone; 4. daremo più buon esempio).

 

CON L'IMPOSIZIONE DELLE MANI

Nel 1833, mons. Luigi Castori, Pro-Vicario di Verona, fu ridotto in fin di vita da una gravissima malattia. Una profonda amicizia lo legava a don Gaspare che, conosciuta la cosa, lo andò a visitare e gli impartì la sua benedizione. Le condizioni del malato mutarono rapidamente ed egli si trovò ben presto guarito. La notizia si diffuse in breve per tutta la provincia.

"Era l'agosto del 1834 - scrive il signor Tuboldini di Stallavena - quando mio figlio Marino, ancora in tenera età, dopo aver perso la madre, cadde gravemente ammalato. Il medico che lo curava e ne conosceva l'estrema fragilità, dichiarò "incurabile il morbo e disperata la guarigione". Il mio cuore, addolorato per la morte di altri miei figli, temeva di perdere anche questo. Mi venne alla mente allora quanto era accaduto a mons. Castori. Mandai subito a chiedere una visita di don Gaspare per il malato e fui esaudito. Venne, lo vide, pregò, lo benedisse, lasciandoci pieni di speranza. La mattina seguente il medico trovò completamente cambiato lo stato di salute del ragazzo. Dopo pochi giorni di convalescenza, fu completamente guarito".

Don Giacomo Accordini, ammalatosi gravemente, fu visitato da don Bertoni che lo benedì e lo esortò a sperare in Dio. L'infermo recuperò in breve la salute ormai disperata. Il dottor Francesco Vasani, medico anche alle Stimate, attestò che solo grazie all'imposizione delle mani di don Gaspare e alle sue preghiere, venne miracolosamente guarito da una malattia mortale.

 

ALLA CORTE DI VIENNA

Don Luigi Bragato, come ricordato in precedenza, fu forse il figlio prediletto di don Gaspare. Era entrato alle Stimate ancora nel 1818, ma aveva dovuto, l'anno successivo, rientrare in famiglia per motivi di salute. Tornò definitivamente nel 1828 e si mostrò un vero apostolo dei giovani sia negli Oratori sia nelle scuole, missionario appassionato nelle sue predicazioni al popolo e al clero, direttore spirituale ricercato per il suo carattere dolce e paziente.

Ma la sua vita era giunta ad una svolta impensabile. Maria Anna di Savoia, sposa a Ferdinando I degli Asburgo, divenuto Imperatore nella primavera del 1835, chiese come confessore personale un prete italiano. L'Imperatore girò la richiesta al Vescovo austriaco Grasser che corse alle Stimate e si trattenne in un lungo colloquio con don Bertoni e don Bragato. Passarono alcuni giorni durante i quali si vedevano i più anziani conversare segretamente tra loro. Alla fine fu riunita tutta la comunità e don Gaspare comunicò la decisione: "Il nostro fratello don Luigi Bragato si dividerà da noi e partirà per Vienna...".

L'avvenimento fu salutato con gioia, anche se non fu facile per il Bertoni privarsi del figlio amato, su cui contava per il futuro dell'opera, per inviarlo lontano in una missione che non rispondeva propriamente ai suoi programmi. Il Bertoni impose al Bragato due sole condizioni: la sua prestazione a corte doveva essere del tutto gratuita e non doveva essere insignito di alcun titolo onorifico. Il ministro Metternich, però, non trovò dignitoso che un "addetto" all'Imperatrice fosse senza onorario. Allora don Gaspare proibì al Bragato di inviare anche un solo centesimo alle Stimate: il denaro doveva essere impiegato per i suoi bisogni e per opere di bene. Il padre Bragato visse per quaranta anni in mezzo allo sfarzo imperiale senza cambiare nulla dello stile di vita umile e modesto iniziato alle Stimate. Alla sua morte fu detto: "Passò beneficando e morì povero". La sua tomba si trova ancor oggi nel cimitero di Praga.

 
UNA COMUNITÀ DI SANTI

La vita della comunità delle Stimate fu ben illustrata da uno scrittore tedesco, il sacerdote don Luigi Schlor, che visse a Verona per nove mesi tra il 1837 e il 1838. Cappellano della corte imperiale di Vienna e confessore di Ferdinando I e del fratello di questi, l'Arciduca Francesco, fu enormemente impressionato dal fiorire delle numerose opere di carità per merito di tante persone sante e raccolse le sue impressioni in un volumetto dal titolo: "La filantropia della fede" ossia "La vita della Chiesa di Verona in questi ultimi tempi".

Parlando dei preti delle Stimate scrive: "Parecchi preti secolari e pii e in gran parte benestanti, si sono riuniti vent'anni fa a Verona, per perfezionare se stessi nella vita comune del chiostro e nell'agire comune, e per lavorare alla salute degli altri secondo i bisogni e le forze. Per quanto questi sacerdoti facciano della ritiratezza e del nascondimento il carattere principale del loro vivere e del loro operare, tuttavia è così grande ed evidente lo splendore della loro virtù e l'efficacia del loro zelo, che sono amati e profondamente stimati in tutta la città, dal clero e dal popolo, come preti pressoché santi. Il loro superiore, don Gaspare Bertoni, un venerando e amabile vegliardo, assai versato nelle scienze teologiche e specialmente nella guida delle anime, è un oracolo per quelli del luogo e per i forestieri che anche da città lontane fanno ricorso a lui per iscritto o vengono a lui di persona per chiedere consiglio in materie teologiche o negli interessi della coscienza. Or questo uomo di tanto senno e pietà sa con tale soavità di maniere e insieme con fermezza condurre la sua comunità, che un solo spirito li anima tutti, una sola vita in tutti per dir così si diffonde. Se ti fai a conversare con loro, trovi che ciascuno nel pensare, nei sentimenti del cuore, nel portamento esteriore fa il ritratto fedele dell'altro. Se vuoi sapere che cosa principalmente si renda in loro notevole, è umiltà, carità ,tratto affabilissimo. Vivono assai poveri e mortificati. Semplicissima è la stanza ed ogni loro masserizia: ma per tutta la casa vedi tale uno studio di nettezza che è un diletto a mirarla. La piccola chiesa, già appartenente ad una confraternita francescana, è restaurata a meraviglia, e sempre riluce di mondezza. In certe solennità, il Clero della città si reca con particolare piacere in questa chiesa per celebrare la Santa Messa. Gli stessi sacerdoti liberi predicano ogni settimana nella loro chiesa e ascoltano le confessioni, ma di soli uomini: Doni non ne accettano da nessuno, di qualunque specie. Un disinteresse così grande che tanto si addice ai sacerdoti, li mette in grande riverenza presso tutti. E veramente non saprei qual nome dar loro più conveniente che quello di "perla nascosta" del clero veronese".