Nel 1838, su pressione del Vescovo Grasser che vedeva la piccola congregazione prendere un volto sempre più preciso, il Bertoni decise di acquistare alcuni beni ecclesiastici che lo Stato aveva incamerato e che ora poneva in vendita. Si trattava di un fondo a Sezano e a Stallavena già possesso dei Monaci Olivetani. Due giorni dopo l'acquisto, don Gaspare, metteva il tutto ai piedi del Santo Padre, Gregorio XVI, con una lettera toccante per lo spirito di distacco e di santo abbandono che così si concludeva: "È ferma volontà mia e dei miei compagni spenderci tutti nel servire Nostro Signore e la sua Chiesa, se di tanto Egli ci fa degni". La fede viva e il disinteresse per i beni manifestati nello scritto commossero il Papa.
In una udienza a due sacerdoti veronesi, mostrando la missiva del Bertoni, disse: "Vedete qui cosa mi scrive un prete veronese: questa lettera mi ha fatto piangere". Il Pontefice accordò ogni cosa secondo la richiesta.
Sezano si trova poco fuori Verona, nella colorita Valpantena. Per quanto i padri e i fratelli magnificassero l'amenità del luogo, non c'era verso di convincere il Bertoni a farvi visita. Un giorno, dopo ripetute insistenze, si decise a partire in carrozza per il monastero. Ma appena uscito da porta Vescovo, ordinò al cocchiere di voltare il cavallo e di ricondurlo a casa. Alla sua scuola anche i figli imparavano ad abbracciare la rinuncia con animo sereno. Il padre Michele Gramego aveva portato dalla campagna di Sezano una bella nidiata di merli. Quando furono in grado di volare, don Gaspare li volle vedere e, portatili alla finestra : "Andate con Dio - disse aprendo la gabbia - che il signor don Gramego vi d… la libertà". E don Michele pronto a ringraziare il superiore.
Il 6 settembre 1838, Ferdinando I veniva incoronato re del Lombardo Veneto nel duomo di Milano. Il 26 dello stesso mese, l'Imperatore, accompagnato dalla sposa Maria Anna e da tutto il seguito, entrò a Verona per rimanervi alcuni giorni.
Per le Stimate fu un grande motivo di festa: dopo tre anni la comunità poteva riabbracciare il caro confratello di Vienna, don Luigi Bragato. Il Gramego annota: "Il 26 settembre, ritornando da Milano dopo l'incoronazione, don Bragato si tratteneva qui con noi tre o quattro giorni, disturbato usque ad nauseam ( fino alla noia )". La commozione del Bertoni fu grande nel rivedere l'amato figlio, ma ancora più grande fu lo stupore che lo colse quando don Bragato lo informò che i sovrani, e specialmente l'Imperatrice, erano intenzionati a fargli visita.
L'incontro avvenne il 28 settembre. I sovrani si mostrarono compiaciuti per il gran bene che la comunità delle Stimate operava a favore dei giovani con le scuole e l'Oratorio. L'Imperatrice volle visitare anche la camera del Bertoni per conversare privatamente con il santo uomo di Dio. Le rimase impressa soprattutto l'austerità e l'essenzialità delle suppellettili: un letto, un tavolo e un grande crocifisso.
La stima di santità che circondava ormai don Gaspare si allargava sempre di più. Durante le solenni feste per il ritrovamento del corpo del Patrono di Verona, San Zeno (15-21 agosto1839), intervennero con tre Pontificali anche il Patriarca di Venezia e i Vescovi di Mantova e di Treviso.
Celebri oratori si alternarono nella stupenda basilica romanica di san Zeno per infervorare il popolo alla pietà e alla preghiera. Nonostante gli acciacchi, fu chiamato anche don Bertoni: questo intervento fu quasi il suo testamento spirituale ai veronesi, anche se gli restavano ancora quattordici anni di sofferenze. Dovette infatti rimettersi subito a letto e fu qui che ricevette i vari porporati giunti a Verona per le celebrazioni e desiderosi di conoscerlo di persona: il Vescovo Giambattista Bellè di Mantova, il Patriarca di Venezia Cardinale Jacopo Monico, il Vescovo di Treviso Sebastiano Soldati.
Quest'ultimo, uscito dalla camera, sussurrò ai figli del Bertoni che l'accompagnavano: "Beati voi! Avete per superiore un gran santo!".
Questa stima è testimoniata anche da padre Carlo Odescalchi, ex Cardinale, che era entrato nel noviziato dei Gesuiti di Verona e che, presentando il Bertoni a mons. Antonio Maria Traversi, confessore del Papa, scrive: "Uno dei più dotti, prudenti e virtuosi ecclesiastici che io abbia conosciuto e che con altri rispettabili sacerdoti da lui diretti fa un bene immenso a questa diocesi".
Presentando la comunità delle Stimate al cardinale Costantino Patrizi, prefetto della sacra Congregazione dei Vescovi e dei regolari, mons. Giuseppe Bellomi, Vicario capitolare di Verona, scrive: "Sono lo specchio e il fiore del clero veronese per la pietà, per gli studi, per i consigli, per l'esempio e per lo zelo prudente ed instancabile, con edificazione di tutta questa diocesi, sotto ogni riguardo".
L'11 maggio del 1841, in una lettera scritta al Bragato, il Bertoni fa cenno all'impegno che, da qualche tempo, lo sta occupando giorno e notte.
"Pregate assai per tutti noi e per quello che sto scrivendo a piccole gocce, se il Signore lo voglia e ne torni a suo onore..."
Dopo lunghi anni di vita comunitaria, il disegno di Dio prendeva volto nelle regole che il Padre voleva consegnare ai suoi figli. L'idea madre gli era venuta ancora nel 1817 quando Propaganda Fide l'aveva insignito del titolo di "Missionario apostolico". Questa era la vocazione dell'Istituto per cui stabilì come fine "Missionari apostolici in ossequio ai Vescovi" (Costituzioni del Fondatore 1). Era l'ispirazione, avuta durante la straordinaria missione del maggio del 1816 a S. Fermo, che prendeva la sua forma concreta e giuridica. Lo stile doveva essere quello di " servire Dio e la Chiesa del tutto gratuitamente " (CF3); " liberi da dignità, residenze, benefici e da cure perpetue e particolari di anime e di monache(CF4); " disposti ad andare in qualsiasi posto nelle diocesi e nel mondo" (CF 5); "sotto la direzione e la dipendenza degli Ordinari dei luoghi dove toccherà dar le missioni"(CF 2).
La connotazione particolare che caratterizza queste regole è la comunione fraterna. Delle 314 Regole, ben 128 sono dedicate a questo tema, incominciando da quella che dice: "Tutti abbiano quale scopo e contrassegno dello spirito della loro vocazione, quel detto di Nostro Signore Gesù Cristo: da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore l'uno per l'altro"(CF187).
I figli del Bertoni, modellati sullo stile del Padre, non tradirono mai la loro vocazione alla santità, neppure in punto di morte. Le Stimate dovevano piangere nell'arco di tre settimane la morte dei due membri più giovani. Il 17 febbraio 1842 si spegneva santamente don Luigi Biadego. Aveva 34 anni.Fu l'anima più mistica delle Stimate, candido come un bambino. Tutti i suoi pensieri erano per il Signore, per i Santi Sposi Maria e Giuseppe, per il Paradiso. Nei due mesi di malattia che preannunciavano la sua morte, al confessore che lo voleva confortare, rispose: "Io sono tranquillo e non mi dò pensiero, perché ho già messo tutto nelle mani della Madonna. Ella ci penserà".
Abituato a servire i malati nella comunità, particolarmente il padre Bertoni durante la sua infermità, si trovava confuso nel vedersi circondato di tante attenzioni e premure. In una delle sue visite, don Gaspare gli ricordò le parole di San Paolo: "Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore" ( Rom.14,7-8).
Era la spiritualità del fiducioso abbandono in Dio che, maturata nel Padre, era poi radicata anche nel cuore dei figli. La santa morte, accanto al dolore profondo per la perdita di un confratello così giovane, fu anche di grande consolazione per tutta la comunità, certa di aver acquistato un protettore in cielo.
Tre settimane più tardi moriva il chierico Luigi Ferrari, "giovane di grandi speranze, di bell'ingegno e di memoria tenace". Era di una bontà angelica, paziente soprattutto nel portare la croce della sua dolorosissima malattia. Per ben centoquindici volte il chirurgo aveva dovuto ricorrere alle incisioni per tentare di curare le piaghe profonde, tra sofferenze indicibili. Il Bertoni , per riaverlo in salute, "spese per lui senza risparmio di sorta". Una sera l'infermiere gli portò qualcosa che gli servisse di sollievo. "Ma perché queste cose?" disse, guardandolo con un sorriso.
"Io non penso che al Paradiso". Si spense a 22 anni, la domenica "Laetare", due giorni dopo la festa delle sante Piaghe di Gesù, anch'egli, come il Divin Maestro, tutto piagato per una scrofolosi indomabile.
Pochi giorni dopo, il 12 marzo 1842, veniva ordinato prete don Giovanni Battista Lenotti, cresciuto e formato dal Bertoni fin dall'età di 17 anni, quando aveva bussato al convento delle Stimate dopo averle frequentate da allievo. Verso la fine del 1843 si ammalò gravemente anche don Modesto
Cainer. In pochi mesi sarebbe stato strappato all'affetto della comunità all'età di quarantaquattro anni. Era entrato alle Stimate nel 1824, poco dopo l'ordinazione sacerdotale, e si era trasformato subito in amoroso infermiere del padre Bertoni, al tempo in cui questi subì numerosi interventi chirurgici alla gamba destra. Il cronista di casa lo definisce "la santa Marta delle Stimate", e riferendosi al suo amore per gli ammalati, annota: "come tenera madre se li medicava pietosamente".
Don Gaspare celebrò la sua ultima messa il 10 settembre 1843. In seguito rimase per dieci anni, fino alla morte, senza il conforto più caro. Non ci fu una particolare malattia a privarlo della celebrazione dell'Eucaristia, ma le gambe non lo reggevano più e a quel tempo non era concessa la facoltà di celebrare restando seduti.
Questi lunghissimi anni di malattia non furono inoperosi. Era moltissima la gente che accorreva a lui per un consiglio o per la direzione spirituale. Nella sua stanza giungevano soprattutto sacerdoti: anime spesso in difficoltà che deponevano ai suoi piedi dubbi e contrarietà di ogni genere.
Anche la contessa Francesca Borghetti, vedova Cartolari, madre di don Francesco, entrato alle Stimate nel 1822, passava di frequente dal padre Bertoni per consiglio. Quando morì nel 1845, lasciò nel testamento la sua eredità ai preti delle Stimate. Il Bertoni restò fedele ai suoi principi e, con i suoi compagni (tra cui il figlio della contessa) rinunciò ad ogni cosa. Don Francesco avrebbe seguito la madre dopo poco tempo. Fu colpito da violenti dolori al capo. Non sembrava, all'inizio , niente di grave; improvvisamente però "il 3 luglio 1846, dopo cinque giorni di penosa e pericolosa malattia, cioè di encefalite, morì nel bacio del Signore come un angioletto - scrive don Gramego - con tale nostro cordoglio che non so esprimere, lasciando tale odore di virtù e di santità che ci vorrebbe qualcuno a descriverle". Aveva 51 anni. Il Cartolari lasciava una ingente eredità, valutata sulle 500 mila lire austriache (basti ricordare che con 160 mila lire austriache erano stati acquistati i fondi di Sezano e Stallavena) e la intestava a don Bertoni e, in caso di rinuncia, successivamente al Gramego, al Brugnoli e infine al Benciolini Francesco riteneva che le eredità dei membri dell'Istituto sarebbero state accettate.
Appena il Bertoni conobbe la volontà del defunto: "Oh, quanto a me- disse - non ne voglio un centesimo". E rivoltosi ai compagni: "Quanto a voi – continuò - pensateci!" Nello stesso giorno fu steso un documento di rinuncia firmato dal padre Bertoni, p. Gramego, p. Brugnoli e p. Benciolini. Allora don Gaspare radunò tutta la comunità nella cappella della Trasfigurazione e, dopo aver acceso le candele, tenne una calda esortazione sulla necessità di seguire Cristo povero. Alla fine si cantò il "Te Deum" di ringraziamento.
Scrivendo qualche giorno dopo al p. Bragato a Vienna, don Gaspare annotava che il Signore aveva fatto dono alla comunità delle Stimate di "mandar fuori di casa le spazzature del p. Cartolari per tenersi l'eredità delle sue virtù".
Il marchese Bonifacio di Canossa, fratello della Santa Maddalena, ed i figli Giovanni e Luigi (quest'ultimo poi gesuita, quindi Vescovo di Verona e Cardinale), oltre a far parte dell'Oratorio delle Stimate, erano visitatori abituali alla camera del Bertoni. Lo stesso Cardinale di Canossa attesterà più tardi: "Quante volte ricorsi al padre Gaspare per averne consigli, conforti e direzione di spirito. Lo trovavo costantemente con un dolcissimo sorriso sulle labbra, benché talora assai sofferente".
Nel 1850 un altro giovane si era ritirato alle Stimate per qualche giorno di raccoglimento presso don Gaspare, in vista della vestizione ecclesiastica: era Daniele Comboni. Il Bertoni, sempre sofferente nel suo seggiolone, seppe trasmettere al giovane discepolo l'amore per Cristo Crocifisso: "Nessuna delicatezza è concessa a chi si è rivestito di Cristo crocifisso; la veste sacerdotale non deve essere una copertina elegante di comodi personali". Il Comboni tornerà alle Stimate per farsi esaminare la vocazione missionaria dal p. Marani e per fare gli esercizi spirituali prima di partire per l'Africa, ma i primi insegnamenti di don Gaspare sarebbero rimasti per sempre scolpiti nel suo cuore.
Gli ultimi trenta mesi di malattia furono un continuo martirio. Eppure egli trovava sempre eccessive le premure dei medici e dei suoi figli per il male che lo andava consumando.
Era un vero tormento ogni volta che doveva essere sollevato o solo toccato, a causa anche di una profonda piaga di decubito che gli procurava dolori indicibili. Le uniche parole che gli uscivano dalla bocca erano o una preghiera o un'invocazione. Stava salendo lentamente il Calvario: la croce che Dio gli aveva preparato l'aveva inchiodato al letto senza la possibilità di un minimo movimento. Negli ultimi giorni non fu in grado di prendere niente: solo qualche pezzetto di ghiaccio per alleviare l'arsura della febbre. Il mattino dell'ultimo giorno, domenica 12 giugno 1853, il malato chiese la Santa Comunione come al solito. Poi gli vennero meno le forze e cadde in uno svenimento profondo. Il volto divenne pallido e bagnato di sudore freddo. Con uno spruzzo d'acqua fresca riprese i sensi e la parola.
"Padre - gli chiese un fratello - ha bisogno di qualcosa?" "Ho bisogno di patire" furono le sue ultime parole.
Verso le tre del pomeriggio, la campana maggiore delle Stimate annunciava a Verona la morte di un santo. In quel momento tre preti del Bertoni si trovavano in altrettanti Oratori della città per la "dottrina cristiana" alla quarta classe. I "missionari apostolici" erano al loro posto, con i giovani e i ragazzi del popolo ad annunciare le meraviglie del Signore.
P. LIDIO ZAUPA